Guardalben: “Rischiai la paralisi e soffrii di depressione
“Buffon si impose per farmi giocare”
Sulla sua bussola c’è una frase in latino: “Frangar, non flectar”, “Mi spezzo, ma non mi piego”. Matteo Guardalben, 51 anni, portiere dai capelli lunghi e ricci passato per Verona, Parma, Palermo e Piacenza in Serie A, è uno di quelli che pur di non mollare rimarrebbe sul ring anche con un occhio pesto e le sopracciglia sanguinanti. “Ho rischiato la paralisi e vinto la depressione, ora mi piacerebbe raccontare la mia storia per sensibilizzare le persone”.
ivo a Parma, mi godo i miei due figli, sono dentro una società immobiliare. Sono riuscito a non sperperare i soldi, anche se io e mio padre siamo stati truffati anni fa. Per questo aprii una società di consulenza per aiutare i giocatori a gestirsi. Me ne sono occupato per un po’. Non ho mai voluto fare l’allenatore, col calcio ho chiuso. Non seguo più nulla”.
Ho smesso nel 2013 a 39 anni, in B a Modena, ma non ero più io. A Vicenza, durante un allenamento, un normale scontro di gioco mi causò una paralisi totale per ore. Ho rischiato di rimanere paralizzato per la rottura di due vertebre del collo. Era l’ottobre del 2006, sono rimasto fermo quasi un anno. Mi sentivo un supereroe, non mi sono mai ripreso”.
Sì. Quando sono rientrato mi sentivo uno schifo. Non ero un fenomeno, ma un buon giocatore sì. Dopo quello scontro non mi sentivo neanche quello, buio totale, ansia, frustrazione, sofferenza. La mia forza mentale era sparita, non riuscivo ad allungare il braccio, a sentirmi vivo. Giocavo a pensavo ‘cavolo, dov’è finito Guardalben?’. Se tornassi indietro mi affiderei a uno psicologo”.
Ho cercato appoggio nella stampa ed è stato un massacro, mi sentivo insicuro: nel 2009-10, alla Samp, rimediai una frattura da stress all’occhio, mai vista né sentita prima. Ero il terzo dietro Castellazzi e Fiorillo, ma si fecero male entrambi. Delneri mi disse: ‘Vedi che adesso tocca a te’. Buio, ansia, panico… e poi l’infortunio. A gennaio arrivò Storari, che trascinò la Sampdoria in Champions. Lì capii di aver chiuso con il calcio ad alto livello”.
Thuram era il nostro Martin Luther King. Leggeva libri di mille pagine sulla storia dell’Africa, sulla lotta al razzismo. Mio figlio giocava in giardino con Marcus. E poi Veron, che una volta rispose a Tanzi. Lui non sopportava gli orecchini e disse a Seba di toglierseli. “Ah si? Scordatelo”. Lo gelò”.
