Fonte foto: Corriere della Calabria
Un’analisi approfondita del Garante mostra come i suicidi nelle carceri rivelino un malessere strutturale che richiede interventi urgenti, coordinati e responsabili da parte di tutto il sistema.
Il suicidio in carcere è diventato uno dei segnali più chiari del malessere che attraversa il sistema penitenziario italiano. Nei primi sei mesi del 2025, dal 1° gennaio al 7 luglio, trentasette persone detenute si sono tolte la vita. Il dato, contenuto nel report del Garante nazionale, non è un episodio isolato né un picco momentaneo: è parte di una tendenza che negli ultimi anni non accenna a diminuire. Nel documento si ricorda che “il suicidio costituisce un evento sentinella… una morte potenzialmente evitabile”, e proprio questa evitabilità mancata è ciò che rende il fenomeno così urgente per chi opera nelle istituzioni e per chi osserva il carcere dall’esterno.
Le persone dietro i numeri
Dietro ogni suicidio c’è una storia di fragilità che il carcere non è riuscito a intercettare o a proteggere. Trentasette vite spezzate: trentacinque uomini e due donne, venti italiani e diciassette stranieri. L’età media è di circa quarantadue anni, ma sedici persone avevano meno di trentanove anni. Molti erano senza fissa dimora, privi di reti familiari o sociali, con percorsi segnati da marginalità preesistenti. Il carcere, in questi casi, non è solo un luogo di custodia: diventa un luogo in cui vulnerabilità già profonde rischiano di precipitare.
L’ingresso in carcere come momento di massima vulnerabilità
Il report evidenzia un dato che dovrebbe orientare le politiche di prevenzione: quattordici persone erano in attesa del primo giudizio. È la fase più delicata, quella in cui l’impatto con la detenzione è più traumatico. Non sorprende che quattro suicidi siano avvenuti dopo appena due giorni dall’ingresso, sette dopo un mese, altri sette entro i primi tre mesi. È il tempo in cui la persona non ha ancora costruito un equilibrio, né compreso il funzionamento dell’istituto, né trovato un appiglio umano. È il tempo in cui la prevenzione può davvero fare la differenza.
Le condizioni materiali che amplificano il rischio
Il sovraffollamento, documentato dal Garante, è un moltiplicatore del rischio. In istituti come Foggia o Milano San Vittore si superano percentuali superiori al duecento per cento della capienza. In queste condizioni, la sorveglianza si trasforma in controllo, la relazione si indebolisce, la tutela diventa difficile. Il Presidente della Repubblica ha richiamato la “tensione e sofferenza” che la Polizia penitenziaria è costretta a fronteggiare, riconoscendo che la pressione strutturale incide sulla capacità di prevenzione. È un richiamo che riguarda tutti: amministrazione, politica, territori.
Dove e come avvengono i suicidi
La maggior parte dei suicidi avviene in sezioni a regime chiuso, dove l’isolamento e la mancanza di attività possono accentuare la vulnerabilità. L’impiccamento resta la modalità più frequente, realizzata con mezzi rudimentali: lenzuola, lacci delle scarpe, indumenti. Sono strumenti che rivelano quanto il gesto sia spesso improvviso, frutto di un momento di disperazione più che di una pianificazione. La geografia degli eventi è ampia: Lombardia, Campania, Lazio, Sardegna e Sicilia sono le regioni più colpite, ma nessuna area del Paese è realmente esclusa.
La vulnerabilità che il sistema fatica a riconoscere
Molte delle persone morte erano già state coinvolte in altri eventi critici, alcune avevano tentato il suicidio in precedenza, altre erano sottoposte a “grande sorveglianza”. È un dato che non punta il dito, ma invita a riflettere sulla necessità di strumenti più efficaci per riconoscere e accompagnare la fragilità. La sorveglianza, da sola, non basta. La prevenzione richiede presenza, continuità terapeutica, formazione, coordinamento tra servizi sanitari e penitenziari, e una rete territoriale capace di sostenere la persona prima e dopo la detenzione.
Una responsabilità che riguarda tutti
Il suicidio in carcere non è un fatto privato né un destino individuale. È un fenomeno che interroga la politica, la società, i servizi sanitari, la magistratura, l’amministrazione penitenziaria. Il Garante ricorda che il suicidio “affonda nell’intimità della vita delle persone” e che la risposta non può essere solo organizzativa. È una responsabilità culturale, istituzionale e sociale. Significa interrogarsi sul senso della pena, sulla funzione del carcere, sulla capacità di offrire percorsi di reinserimento e non solo di contenimento. Significa riconoscere che la prevenzione del suicidio non è un compito delegabile a un singolo attore, ma un impegno che attraversa l’intero sistema.
