Un confronto in Aula che riporta al centro responsabilità, narrazioni e il ruolo delle istituzioni per debellare il caporalato.
Lunedì 8 giugno ho assistito alla decima seduta consiliare. Come primo punto all’ordine del giorno, dopo il doveroso minuto di silenzio per le 4 vittime di Amendolara è stato affrontato il tema del caporalato, una questione che da mesi seguo e continuerò a seguire personalmente con attenzione continua ad interrogare la coscienza civile della Calabria. È un fenomeno complesso, stratificato, che non si presta a semplificazioni e che richiede uno sguardo capace di tenere insieme responsabilità istituzionali, dinamiche economiche e fragilità sociali.
Proprio per questo, tra i vari interventi che si sono susseguiti in Aula, ho scelto di soffermarmi sulle parole dell’onorevole Daniela Iiriti, Consigliera regionale di Fratelli d’Italia. Non per una preferenza politica — che non appartiene al mio ruolo — e nemmeno per compiacere ma perché mi ha colpita particolarmente e mi ha fatto riflettere per due giorni ma anche perchè il suo contributo ha rappresentato per me uno spartiacque utile a leggere con maggiore lucidità il punto in cui oggi si colloca il dibattito.
Quando le parole diventano uno spartiacque
Nel suo intervento, Iiriti ha richiamato la necessità di distinguere la “Calabria straordinaria” dalla “Calabria del caporalato”, rifiutando narrazioni che appiattiscono un’intera regione sulle sue ombre. Ha ricordato che il fenomeno non è circoscritto a un territorio, che ha radici lontane e responsabilità diffuse, e che non si può affrontarlo con slogan o con la tentazione di individuare un colpevole unico. È un passaggio che merita attenzione, perché restituisce un punto fermo: la lotta allo sfruttamento non può essere delegata né semplificata.
Un fenomeno che non si esaurisce in Aula
Le parole della Consigliera arrivano in un momento in cui il dibattito pubblico è scosso da tragedie che hanno riportato il caporalato al centro della coscienza nazionale. Eppure, al di là dell’emotività, resta la necessità di un’analisi rigorosa, che coinvolga istituzioni, imprese, sindacati, ispettorati, stampa, perché anche noi giornalisti abbiamo il dovere di affrontare questo tema senza limitarci alla sola informazione, ma contribuendo a sensibilizzare il lettore e a mantenere alta l’attenzione su ciò che accade nei territori. È qui che l’intervento di Iiriti diventa un punto di partenza: non perché offra soluzioni definitive, ma perché invita a un’assunzione collettiva di responsabilità, ricordando che nessun settore può chiamarsi fuori.
La Calabria che vuole guardarsi allo specchio
Il richiamo a non criminalizzare l’intero comparto agricolo, ma a stigmatizzare i comportamenti insani, apre una riflessione più ampia: la Calabria non può essere ridotta alla Calabria del caporalato, ma non può neppure ignorare ciò che accade nelle sue campagne, nei suoi distretti produttivi, nei luoghi dove la manodopera diventa terreno di vulnerabilità. La “Calabria straordinaria” evocata da Iiriti esiste, ma esiste anche la Calabria che deve ancora fare i conti con sacche di sfruttamento radicate, con dinamiche che si ripetono e che richiedono un impegno costante, non episodico.
Una sfida che riguarda tutti
L’intervento della Consigliera, nel suo richiamo alla collaborazione e alla responsabilità diffusa, restituisce un messaggio che va oltre il perimetro dell’Aula: non si parla di bilanci, si parla di uomini. E l’uomo (come ha ricordato Iiriti) non è solo braccia: è dignità, comunità, valore assoluto. È da qui che la Calabria può ripartire, se sceglie di guardare al fenomeno senza rimozioni e senza scorciatoie, con la consapevolezza che la lotta al caporalato è una battaglia che si vince solo se nessuno resta ai margini.
