GBT MAGAZINE
DOSSIER GBT
FIGLI DEGLI ALGORITMI
Come smartphone, social media e intelligenza artificiale stanno cambiando il cervello, le emozioni e le relazioni della Generazione Z
Un’inchiesta di Mena Cirillo
Luglio 2026
Introduzione
La prima carezza del mattino non è più quella di una madre, è quella di uno schermo.
Sono le sette del mattino.
Una sveglia vibra sul comodino. Un ragazzo di quindici anni apre gli occhi e, quasi senza rendersene conto, allunga la mano verso il telefono.
Non guarda fuori dalla finestra. Non ascolta il silenzio della casa. Non saluta i genitori. Prima di qualsiasi altra cosa, controlla le notifiche.
WhatsApp.
Instagram.
TikTok.
YouTube.
In meno di cinque minuti ha già visto decine di immagini, ascoltato frammenti di musica, letto messaggi, osservato corpi perfetti, vite apparentemente felici e opinioni che l’algoritmo ha scelto proprio per lui.
Non è un caso. È il risultato di un sistema costruito per conoscere le sue abitudini e catturare la sua attenzione.
Questa scena si ripete ogni giorno in milioni di case.
Non riguarda solo gli adolescenti: coinvolge bambini, giovani adulti e, sempre più spesso, anche gli stessi genitori.
Negli ultimi quindici anni il mondo è cambiato con una velocità che non ha precedenti. Abbiamo assistito alla diffusione degli smartphone, all’esplosione dei social media e all’arrivo di algoritmi sempre più sofisticati, capaci di personalizzare ogni contenuto che vediamo.
È una rivoluzione straordinaria, che ha aperto possibilità immense di comunicazione, studio e creatività. Ma ogni rivoluzione porta con sé anche interrogativi.
E oggi una domanda attraversa scuole, famiglie e comunità scientifica:
Quale impatto stanno avendo queste tecnologie sullo sviluppo dei bambini e degli adolescenti?
La più grande trasformazione educativa del XXI secolo
Per migliaia di anni i bambini hanno imparato a crescere giocando.
Cadendo.
Litigando.
Facendo pace.
Inventando regole.
Sperimentando il mondo con il proprio corpo.
Era il gioco libero a costruire autonomia, capacità di affrontare i conflitti, resilienza e fiducia in sé stessi.
Oggi quel mondo non è scomparso, ma si è profondamente trasformato.
Molti ragazzi trascorrono una parte significativa del loro tempo libero davanti a uno schermo. Lo smartphone è diventato il luogo dove si stringono amicizie, si cercano conferme, si seguono mode, si costruisce l’immagine di sé.
Il tempo libero viene completamente sequestrato dai social e dallo scrollare in maniera ossessiva i cellulari.
Lo psicologo sociale Jonathan Haidt, nel suo libro “La generazione ansiosa” (The Anxious Generation), definisce questo passaggio come il passaggio da un’ infanzia basata sul gioco (play-based childhood) a un’ infanzia basata sul telefono (phone-based childhood).
Secondo Haidt, questa trasformazione coincide con un aumento del disagio psicologico osservato in molti Paesi occidentali.
Le sue tesi hanno riaperto un intenso dibattito internazionale: molti esperti condividono l’esigenza di proteggere maggiormente i giovani, mentre altri invitano a considerare anche fattori come la pandemia, il contesto familiare, le condizioni economiche e la predisposizione individuale.
Una cosa, però, accomuna quasi tutta la comunità scientifica: la salute mentale degli adolescenti è oggi una priorità.
La generazione più connessa… e spesso la più sola
È uno dei grandi paradossi del nostro tempo; mai nella storia è stato così semplice comunicare.
Eppure molti ragazzi raccontano di sentirsi soli.
La solitudine non significa necessariamente essere fisicamente soli; può manifestarsi anche in una stanza piena di persone, o in una chat con cento contatti.
Significa non sentirsi compresi.
Non avere qualcuno con cui parlare davvero.
Sentire che il proprio valore dipende dal numero di “mi piace”, di visualizzazioni o di follower.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il benessere mentale dei giovani rappresenta una delle principali sfide sanitarie del nostro tempo.
Nel rapporto internazionale HBSC, che coinvolge decine di Paesi, è emerso un aumento degli adolescenti che mostrano un uso problematico dei social media. Questo non significa semplicemente passare molte ore online, ma perdere il controllo sull’utilizzo, provare disagio quando non si è connessi e vedere compromessi sonno, studio o relazioni.
È importante sottolinearlo: non tutti i ragazzi che usano intensamente i social sviluppano problemi.
La ricerca scientifica invita a evitare semplificazioni; esistono, comunque, segnali che non possono essere ignorati.
L’economia dell’attenzione: quando il tempo diventa un business
Per capire cosa sta accadendo dobbiamo guardare oltre lo schermo.
Dietro ogni piattaforma esiste un modello economico.
Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e molte altre applicazioni competono per una risorsa preziosa: la nostra attenzione.
Più tempo trascorriamo online, maggiori sono le opportunità di mostrarci contenuti e pubblicità.
Gli algoritmi non sono “cattivi”. Sono strumenti matematici progettati per raggiungere un obiettivo: proporre contenuti che abbiano la maggiore probabilità di mantenere l’utente sulla piattaforma.
Per farlo analizzano migliaia di segnali: ciò che guardiamo, quanto tempo ci fermiamo su un video, cosa commentiamo, quali contenuti ignoriamo.
Ogni gesto lascia una traccia; ogni traccia rende il sistema più preciso.
Il risultato è un flusso di contenuti sempre più personalizzato, capace di catturare la nostra curiosità, le nostre emozioni e, talvolta, le nostre fragilità.
È questo che molti studiosi definiscono economia dell’attenzione.
Le grandi piattaforme digitali competono per ottenere la nostra attenzione.
Per questo gli algoritmi sono progettati per mantenere alta la permanenza sulle piattaforme, suggerendo contenuti personalizzati e coinvolgenti.
Non è una teoria del complotto.
È il modello economico su cui si basano molti servizi digitali gratuiti.
La dopamina: il premio che ci spinge a tornare
Ogni notifica, ogni “mi piace”, ogni nuovo video può attivare i circuiti cerebrali della ricompensa.
Negli adolescenti questi sistemi sono ancora in fase di sviluppo, mentre le aree del cervello coinvolte nell’autocontrollo maturano più lentamente.
Per questo i giovani possono essere più sensibili ai meccanismi che incentivano l’uso ripetuto delle piattaforme.
Attenzione però: parlare di dopamina non significa dire che “i social creano una dipendenza identica a quella delle droghe”. Le evidenze scientifiche invitano a evitare semplificazioni. Esistono però comportamenti di uso problematico che meritano attenzione clinica e preventiva.
La domanda che dobbiamo porci
Il problema non è se i social siano buoni o cattivi. La vera domanda è un’altra.
Chi sta educando i nostri figli?
La famiglia?
La scuola?
Oppure un algoritmo progettato per catturare la loro attenzione?
La famiglia, la scuola… o quella sequenza invisibile di codici che decide cosa vedranno, per quanto tempo, e con quale intensità emotiva?
Non è più solo una questione tecnologica. È una questione educativa, psicologica e culturale.
Gli studiosi parlano di una nuova forma di “ambiente educativo parallelo”: quello digitale. Un ambiente che non dorme mai, non smette mai di parlare, e soprattutto non chiede permesso per entrare nella mente dei più giovani.
Riduzione dell’attenzione: la mente frammentata
Il neuroscienziato e scrittore Nicholas Carr, autore di The Shallows, ha descritto come la rete stia modificando la nostra capacità di concentrazione: la mente si abitua a “saltare”, non a restare.
Negli adolescenti questo effetto è ancora più forte: notifiche, video brevi, scroll infinito allenano il cervello a una gratificazione immediata.
Studi recenti confermano che l’uso intensivo dello smartphone è associato a una minore capacità di attenzione sostenuta e a difficoltà di apprendimento profondo
PMC
Non è solo distrazione: è una vera riorganizzazione dell’attenzione.
Questa inchiesta non vuole demonizzare la tecnologia.
Internet ha portato conoscenza, opportunità e nuove forme di relazione.
Ma proprio perché è così importante, non possiamo lasciare che siano soltanto gli algoritmi a influenzare la crescita emotiva delle nuove generazioni.
Serve un patto educativo tra famiglie, scuola, ASL, istituzioni e piattaforme digitali.
Perché il futuro dei nostri ragazzi non può dipendere esclusivamente da ciò che compare sullo schermo di uno smartphone.
Prossima puntata
“Dentro il cervello di un adolescente: cosa succede davvero quando scorre centinaia di video al giorno?”
Analizzeremo le neuroscienze, il ruolo della dopamina, gli effetti su attenzione, memoria, sonno e apprendimento, con il contributo delle più recenti ricerche scientifiche.
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