C’è una frase di Friedrich Nietzsche che dovrebbe trovare posto in ogni spogliatoio del settore giovanile: “Per edificare nuovi valori serve l’ultima metamorfosi: diventare un fanciullo.” Non è un invito all’immaturità, ma a riscoprire quella capacità di meravigliarsi, imparare, giocare e ricominciare senza il peso dei giudizi.
Per chi allena bambini e ragazzi, questo pensiero assume un significato ancora più profondo.
Un allenatore non insegna soltanto un gesto tecnico, uno schema o una tattica. Ogni allenamento è un’occasione per lasciare un segno nella crescita di una persona. E per riuscirci, la competenza tecnica, pur fondamentale, non basta. Serve empatia. Serve memoria e ricordarsi di quando si era bambini.
Vedere il campo con i loro occhi
Per un adulto, un errore è un dettaglio da correggere. Per un bambino può sembrare la fine del mondo. Una panchina può trasformarsi in un’umiliazione, mentre un semplice complimento può diventare il ricordo che lo accompagnerà per anni. L’allenatore capace è colui che riesce a mettersi all’altezza dei suoi giocatori, non solo fisicamente, ma emotivamente. Comprende che dietro un passaggio sbagliato può esserci timidezza, paura di sbagliare, bisogno di sentirsi accettati. Allenare significa anche saper leggere ciò che non viene detto.
Il gioco prima del risultato
Nietzsche descrive il bambino come “innocenza, oblio, un nuovo inizio, un gioco.” Sono parole che sembrano scritte per lo sport giovanile. I bambini imparano giocando. Crescono divertendosi. Si innamorano dello sport quando sentono di essere liberi di sperimentare, sbagliare e riprovare. Quando il risultato diventa l’unico obiettivo, il rischio è quello di perdere proprio ciò che rende speciale l’attività sportiva: la gioia. Un allenatore dovrebbe chiedersi più spesso: “Oggi i miei ragazzi sono tornati a casa con il sorriso?” Prima ancora di domandarsi quanti gol abbiano segnato.
Evitare di adultizzare precocemente il bambino
Uno degli errori più frequenti nel settore giovanile è cercare di trasformare troppo presto un bambino in un piccolo adulto. Aspettative eccessive, allenamenti costruiti esclusivamente sulla prestazione, classifiche vissute come un’ossessione, specializzazione precoce e la continua ricerca del risultato rischiano di sottrarre ai bambini ciò di cui hanno più bisogno: il tempo per crescere. Un bambino non è un atleta professionista in miniatura. È una persona in pieno sviluppo, con bisogni emotivi, cognitivi e relazionali che devono essere rispettati. Ha il diritto di sbagliare senza sentirsi giudicato, di divertirsi senza sentirsi costantemente sotto esame e di imparare seguendo i propri tempi. Adultizzare precocemente significa chiedere ai bambini responsabilità, autocontrollo e capacità di gestione delle emozioni che appartengono al mondo degli adulti. Così facendo si rischia di spegnere la creatività, la spontaneità e il piacere del gioco, proprio gli elementi che favoriscono un apprendimento autentico e una crescita equilibrata. Il compito dell’allenatore non è accelerare lo sviluppo, ma accompagnarlo. Ogni età ha i suoi bisogni e ogni bambino ha il diritto di viverli pienamente. Perché il miglior settore giovanile non è quello che produce il campione a dieci anni, ma quello che permette ai ragazzi di continuare ad amare lo sport anche a venti, a trenta e per tutta la vita.
Educare persone, non solo atleti
Ogni parola pronunciata da un allenatore ha un peso. Un incoraggiamento al momento giusto può costruire autostima. Una critica mal gestita può lasciare ferite profonde. Per questo il ruolo dell’allenatore va oltre il campo. È un educatore, un esempio, un adulto di riferimento. I bambini osservano tutto: come gestisce una sconfitta, come parla dell’arbitro, come rispetta gli avversari, come reagisce agli errori. Prima ancora delle esercitazioni, insegnano i comportamenti.
Ricordarsi da dove siamo partiti
Ogni allenatore, prima di esserlo, è stato un bambino con un pallone tra i piedi. Ha provato entusiasmo, paura, emozione prima di una partita e magari anche delusione per una sostituzione o un rimprovero. Non bisogna dimenticarlo. Perché chi conserva quello sguardo riesce a comprendere meglio i propri ragazzi. Sa che dietro ogni giovane atleta c’è una storia diversa, un carattere da scoprire, un talento da coltivare con pazienza. Come scriveva Nietzsche, il fanciullo rappresenta “un nuovo inizio”. È proprio questo che ogni allenatore dovrebbe custodire: la capacità di guardare ogni bambino non per ciò che potrà diventare domani, ma per ciò che è oggi.
Il successo più grande
Nel settore giovanile, il successo non si misura con le vittorie o con il numero di ragazzi che arriveranno al professionismo. Il vero successo è incontrare, dopo anni, un ex giocatore che dica: “Con te mi sono sentito importante.” Oppure: “Mi hai fatto amare questo sport.” Quella è la vittoria più bella. Perché il compito di un allenatore non è solo costruire calciatori migliori, ma contribuire a formare persone sicure di sé, autonome e felici. E questo è possibile solo se, ogni volta che entra in campo, riesce a ricordare il bambino che è stato. Solo chi non dimentica la propria infanzia può davvero prendersi cura di quella degli altri.
A cura di Raffaele Di Pasquale

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