Un percorso fuori dagli schemi: dagli stunt alle serie di culto, tra crescita personale, amicizie sul set e nuovi progetti in arrivo.
(A cura di Davide Zardi)

Attore romano, cresciuto tra set internazionali e storie di periferia, Mirko Frezza è uno di quei volti che portano sullo schermo autenticità, fisicità e verità. La sua carriera nasce fuori dai percorsi tradizionali: prima capogruppo nelle grandi produzioni americane, poi stunt‑man, fino all’incontro che lo ha portato a interpretare sé stesso ne Il più grande sogno, film che ha segnato il suo ingresso ufficiale nel panorama cinematografico italiano. Oggi Frezza è un interprete riconoscibile, capace di passare dal dramma alla commedia, dalle serie di culto come Rocco Schiavone ai reality più popolari, mantenendo sempre una cifra umana forte, fatta di riscatto, amicizia e rispetto per il lavoro di squadra. In questa intervista ripercorre il suo percorso, le scelte, le paure, le opportunità e i sogni ancora da realizzare, con quella spontaneità che lo ha reso uno dei personaggi più amati dal pubblico.
Mirko, partiamo dall’inizio: come sei arrivato al cinema? Non hai fatto scuole di recitazione classiche?qual è stata la tua prima vera occasione?
Sono arrivato nel cinema grazie ad un amico che mi ha portato a fare il capogruppo, o meglio OSM organizzatore di scene di massa con Maurizio Cusano, tutti film americani: gang of New York, angeli e demoni, la serie Roma ecc. Dopo due anni sono stato notato da Gianluca Petrazzi e sono entrato negli stunt-man, di lì a poco mi sono ritrovato sulla serie Narcotici 2 di Michele Soavi, e poi grazie ad Alessandro Borghi che mi ha presentato Michele Vannucci il regista de “Il più grande sogno”, che racconta in parte la storia della mia vita, che ha partecipato alla sezione Orizzonti di Venezia e mi ha dato la possibilità di farmi conoscere un po’ nel settore cinematografico.
Il tuo primo film importante è stato “Il più grande sogno” dove raccontavi in pratica la tua vita. Che effetto fa interpretare se stessi davanti a una telecamera?
Lavorare ad un’opera che riguarda te stesso e la tua vita è stato veramente come una psicanalisi, riguardarsi indietro e capire che le cose brutte poi non erano così brutte, ma ti stavano formando. Ovviamente quando è uscito il film ho avuto un po’ di paura di poter avere offeso qualcuno o magari la paura più grande è stato il giudizio dei miei figli, che fortunatamente è stato positivo, anche perché era una storia di riscatto sociale, rinascita e di una seconda opportunità. Ma soprattutto il messaggio che il film ha voluto mandare era una forte voglia di paternità. Che ha dato anche a me la possibilità di recepire ampiamente.
È stato difficile entrare nel mondo del cinema venendo da fuori, senza conoscenze e senza aver studiato in accademia?
A questa domanda posso solo risponderti ho avuto la fortuna di stare al posto giusto, al momento giusto, e poi nel corso del tempo credo e spero di aver meritato di rimanere nel panorama cinematografico.
Poi sono arrivati film come Dogman e serie come Rocco Schiavone. Qual è stato il momento in cui hai capito “ok, ora sono un attore vero”?
Sinceramente credo di aver avuto l’opportunità di lavorare in opere che hanno risaltato la mia spontaneità e i miei tratti somatici, io non mi sono mai definito un attore mi sono sempre definito un lavoratore dello spettacolo, perché ho sempre pensato che questo sia un lavoro corale, mai individuale.
In Rocco Schiavone interpreti Furio, l’amico storico di Rocco. Com’è lavorare con Marco Giallini e con tutto il gruppo di Roma sul set? Con chi hai legato di più?
Lavorare su una serie come Rocco Schiavone vuol dire entrare a far parte di una famiglia. Lavorare con Marco, Tullio e Francesco è stato per me una grande palestra, perché parliamo di attori. E con loro oltre che professionalmente è iniziato un forte legame di amicizia, rispetto e voglia di stare insieme, e penso che dalla serie si percepisca tutto questo.
Sul set de L’Isola dei Famosi è diverso? Con chi hai legato di più lì dentro e con chi invece non ti sei trovato per niente?
L’isola dei famosi è stata una delle più grandi esperienze che ho fatto, all’inizio penso come tutti l’avevo accettata per il vil denaro, ma in realtà poi ho scoperto che mi ha dato una crescita interiore e una consapevolezza di me stesso, è un programma che rifarei questo è sicuro. E ho legato molto di più con i giovani, come Chiara, Spadino, Nunzio, Teresanna, Carly e la mitica Antonella.
C’è un attore o un regista italiano o straniero con cui sogni di lavorare in futuro?
Purtroppo mi sarebbe piaciuto avere la possibilità anche solo di stare su un suo set a portare l’acqua, ma il tempo ce l’ha portato via ed era il mitico Bud Spencer. E un attore che credo per me sia inarrivabile e che non arriverà mai l’opportunità di lavorarci insieme è Christian Bale, ma spero almeno di poter avere la possibilità di stringergli la mano.
Che tipo di ruolo e film ti piacerebbe fare adesso? Commedia , romantico o altro?
Ho avuto l’opportunità e il piacere di assaggiare in parte, cosa vuol dire fare una commedia, come “appena un minuto” di Francesco Mandelli insieme a Max giusti, e “Amici per caso” di Max Nardari e ti dico la verità mi sono divertito tantissimo, però il mio sogno nel cassetto rimane sempre un western o un film in costume. Anche se con “hai mai avuto paura ?”di Ambra Principato ho avuto l’opportunità di farlo.
Hai qualche progetto nuovo in uscita? Un film, una serie, qualcosa di cui ci puoi parlare?
In uscita adesso al momento avremo la settima stagione di “Rocco schiavone” e “C14” un film. E per quelli che stanno arrivando, come si dice in questo mestiere finché non si firma non si dice niente.
Che consiglio daresti a un ragazzo che vuole iniziare a fare l’attore oggi e non sa da dove cominciare?
Il consiglio che voglio dare ad un ragazzo oggi è quello di studiare, di prepararsi e di prendere questo mestiere seriamente. E soprattutto quello di rispettare tutto quello che gira intorno all’attore, cioè le maestranze, dal runner al regista.
Hai hobby / passioni ?
La passione è quella del cibo, e l’hobby è quello di stare a tavola ad assaggiare il cibo, oltre quello di passare le giornate con la mia famiglia, è l’unico che mi ricarica.
