Decisiva la rete di Saka, Atletico fuori. Gunners, in finale dopo venti anni.
Vent’anni. Un tempo che nel calcio pesa come un’Era geologica. Vent’anni in cui l’Arsenal ha rincorso un’identità, ha ricostruito fondamenta, ha cambiato uomini, idee, ambizioni. Vent’anni dall’ultima finale di Champions League, quella del 2006, rimasta sospesa tra nostalgia e rimpianto. Oggi quel cerchio si chiude: i Gunners battono l’Atlético Madrid e tornano a giocarsi la coppa dalle grandi orecchie, quella più prestigiosa, la più desiderata del continente. E lo fanno con la firma del loro figlio più luminoso, Bukayo Saka, autore del gol che ha deciso una semifinale tesa, feroce, quasi soffocante.
La partita è stata un duello di nervi, una sfida di resistenza mentale prima ancora che tecnica. L’Atlético ha imposto il suo ritmo, ha chiuso ogni varco, ha trasformato ogni metro di campo in un corpo a corpo. Ma contro il talento puro non esistono piani perfetti. Saka, il più lesto, sul finire del primo tempo beffa Oblak, spianando la strada ai Gunners verso il traguardo. Un gol che non è solo un gol: è un simbolo. È la prova che questo Arsenal non è più un progetto in costruzione, ma una squadra compiuta, consapevole, matura.
Per Arteta questa notte vale una carriera, frutto di un lavoro certosino che il tecnico spagnolo ha avviato dal suo arrivo in panchina, riportando l’Arsenal ad essere forte e competitiva su tutti i fronti. L’Arsenal ha saputo soffrire quando l’Atlético ha alzato il baricentro, ha saputo gestire quando Simeone ha provato a trascinare la partita nel caos, ha saputo restare fedele alla propria identità quando la pressione rischiava di schiacciarla. È la vittoria di un’idea, di un percorso, di una visione che oggi trova la sua consacrazione europea.
L’Atlético esce come sempre: ferito ma mai piegato. Griezmann ha provato a inventare, Koke ha tenuto insieme un centrocampo costretto a correre più del previsto. Ma stavolta la fede del Cholo non è bastata. La differenza l’ha fatta un dettaglio, un episodio, un talento che ha deciso di prendersi la scena.
E così, vent’anni dopo Parigi, l’Arsenal torna dove mancava da troppo tempo. Non è solo una finale: è una rinascita. È la conferma che il club ha ritrovato la sua dimensione europea, che l’Emirates può di nuovo guardare negli occhi le grandi d’Europa senza timore. Saka, Odegaard, Havertz, Martinelli: sono loro i volti di una squadra che ha riportato Londra Nord nel cuore del calcio che conta.
Ora resta l’ultimo passo, il più difficile, il più pesante, il più glorioso, anche perché si proverà a vincere la prima Champions contro la vincente di Bayern Monaco – PSG. Ma questa volta l’Arsenal ci arriva con la sensazione che il destino, finalmente, abbia deciso di tornare dalla sua parte. E’ una bella favola, ora toccherà ai Gunners scrivere il lieto fine.
