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Festa del lavoro: la memoria rimossa di Pietrarsa e il dovere di una verità nazionale
La Festa del lavoro, in Italia, continua a poggiare su un paradosso storico che pesa come una rimozione collettiva. Ogni anno, pedissequamente, celebriamo il primo maggio richiamando gli eventi di Chicago del 1886, la cosiddetta rivolta di Haymarket, come origine simbolica delle lotte operaie moderne. Ma prima di Chicago, prima degli Stati Uniti, prima ancora che il mondo scoprisse la parola “martiri del lavoro”, in Italia — a Napoli — tutto era già accaduto.
Il 6 agosto 1863, ventitré anni prima dei fatti americani, gli operai del Real Opificio di Pietrarsa furono uccisi mentre difendevano il proprio posto di lavoro. Pietrarsa non era un luogo qualunque: era il cuore tecnologico dell’Italia preunitaria, il sito da cui erano uscite le prime locomotive della penisola, un polo industriale avanzato che il processo di unificazione avrebbe poi marginalizzato. In quel giorno d’estate, la protesta operaia contro i nuovi assetti produttivi e contro la perdita di diritti si concluse nel sangue, per volontà di chi governava il Paese e stava ridisegnando i rapporti di forza tra Nord e Sud.
Quella strage non entrò mai nel racconto nazionale. Non divenne monito, né esempio, né fondamento di una coscienza collettiva. Fu nascosta, rimossa, relegata ai margini di una storia che preferì non vedere la complessità del proprio passato. Una nazione fragile, ancora in costruzione, non poteva permettersi di riconoscere che le prime vittime del lavoro erano state operaie e operai del Sud, colpiti mentre difendevano la loro dignità professionale.
Un riconoscimento tardivo, ma non più eludibile
Sono trascorsi nove anni da quando, inaugurando il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa alla presenza del Presidente della Repubblica, l’allora amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, riconobbe pubblicamente due verità rimaste a lungo scomode: la superiorità tecnologica della Napoli preunitaria e il martirio degli operai di Pietrarsa. Quel momento, frutto anche delle sollecitazioni di chi quella storia l’aveva ricostruita e restituita al Paese, avrebbe potuto aprire una nuova stagione di consapevolezza.
Eppure, a distanza di quasi un decennio, i sindacati italiani continuano a non includere Pietrarsa nella memoria ufficiale del primo maggio. Continuano a ricordare Chicago, ma non Napoli. Continuano a evocare la storia operaia internazionale, ma non quella che è nata qui, prima di ogni altra.
Questa omissione non è più sostenibile. Non lo è sul piano storico, perché Pietrarsa appartiene a pieno titolo alla genealogia delle lotte del lavoro. Non lo è sul piano civile, perché la memoria delle vittime non può essere selettiva. Non lo è sul piano culturale, perché un Paese che non riconosce le proprie radici non può costruire un futuro solido.
Restituire Pietrarsa alla Festa del lavoro
Ricordare Pietrarsa non significa riscrivere la storia: significa completarla. Significa riconoscere che la Festa del lavoro, in Italia, ha un’origine che precede Chicago e che parla di un Sud industriale, competente, moderno, capace di produrre innovazione e di difendere i propri diritti.
Significa anche restituire dignità a quegli operai che, per primi, pagarono con la vita la scelta di non arretrare davanti all’ingiustizia.
La Festa del lavoro non può continuare a ignorarli. Non può farlo un Paese che si dice fondato sul lavoro. Non può farlo un movimento sindacale che ha il compito di custodire la memoria delle lotte. Non può farlo una società che pretende di essere consapevole delle proprie fragilità e delle proprie conquiste.
Una memoria che riguarda tutti
Pietrarsa non è una storia locale. È una storia nazionale. È un capitolo fondativo della cultura del lavoro in Italia. È un debito che il Paese ha con se stesso.
Riconoscerla significa restituire verità alla Festa del lavoro. Significa ricordare che la dignità operaia non nasce altrove, ma nasce qui. Significa, soprattutto, accettare che la memoria non può essere selettiva: o è intera, o non è memoria.
