Cosa resta di un movimento che aveva previsto molte delle crisi attuali. Genova non fu il caos raccontato da certa narrazione pubblica. Fu il punto più alto di un movimento globale nato a Seattle contro il potere dell’OMC, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Ma fu l’opposto: una delle esperienze più globali mai viste. Attivisti arrivavano da ogni parte del mondo, uniti dall’idea che le decisioni finanziarie prese nei centri del potere ricadessero ovunque.
La repressione di Genova non fu improvvisata. Fu pianificata per spezzare un fronte ampio.
“VOI G8, NOI SEI MILIARDI” recitava uno striscione. Un altro mondo appariva davvero possibile e forse per questo andava fermato a qualunque costo. Il pomeriggio del 20 luglio alle 17.30 cambia tutto: vengono sparati 2 colpi di pistola e un ragazzo viene ucciso in piazza Alimonda. Per molti, tutto si ferma lì, in quella piazza, cristallizzato nella foto che lo ritrae in canotta bianca e passamontagna, scaraventare un estintore vuoto verso un defender dei carabinieri armati di pistole puntate ad altezza uomo. Sono passati 25 anni e molti ragazzi di allora, hanno l’età che avevamo noi e Carlo. Ogni volta che sento quella canzone resto fermo a ricordare che ognun sappia qual è la differenza tra una mano che offende e la resistenza: hanno ammazzato i nostri 20 anni e li hanno buttati per terra ma la nostra voce “brucia ancora” e un altro mondo è ancora possibile e necessario.
Dammi 3 parole: per non dimentiCarlo.
Nel 2001 avevo 4 anni. Col tempo, crescendo, ho visto film, documentari ma volevo capire ancora di più. Per farlo, la cosa migliore sarebbe stata ascoltare e conoscere le testimonianze dirette di chi, quella Genova che bruciava, l’aveva vista coi propri occhi. Il crollo di un’ideologia fatta di speranza, sotto le manganellate, annebbiata dal sangue di tanti ragazzi e ragazze che stavano dicendo al mondo che forse una via alternativa poteva esistere realmente e che magari si potesse dare ascolto anche a ciò che volevano dire loro. Oggi, 19 luglio, la riflessione maggiore è ciò che Genova ha lasciato in ereditá a noi che, vista l’età, non c’eravamo, con quanti errori ancora non si siano fatti realmente i conti e su quante domande siano state lasciate, e ad oggi, senza risposta.
A venticinque anni di distanza dallo slogan “un altro mondo è possibile”, cos’è cambiato? Nulla.
Anzi, le cose sono pure peggiorate. Lavoriamo per assicurare servizi in quartieri dove forse non potremo mai permetterci di vivere. Riceviamo le stesse paghe di allora a fronte di un costo della vita schizzato alle stelle e destinato a peggiorare, la nostra terra viene svenduta alle multinazionali e le istituzioni sembrano decise a trasformare questo paese nel parco giochi di un’élite facoltosa, con le forze dell’ordine a fare da scudo dei loro interessi. lo mi sento figlio di quella mobilitazione e sento che la società porta ancora le cicatrici di Genova 2001.
Cosa resta di un movimento che aveva previsto molte delle crisi attuali.
Genova non fu il caos raccontato da certa narrazione pubblica. Fu il punto più alto di un movimento globale nato a Seattle contro il potere dell’OMC, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Ma fu l’opposto: una delle esperienze più globali mai viste. Attivisti arrivavano da ogni parte del mondo, uniti dall’idea che le decisioni finanziarie prese nei centri del potere ricadessero ovunque. La repressione di Genova non fu improvvisata. Fu pianificata per spezzare un fronte ampio, capace di tenere insieme sindacati, centri sociali, associazionismo cattolico e non, missionari e movimenti sociali attorno a una critica comune del neoliberismo. Ma dopo l’11 settembre (dello stesso anno) la narrazione globale cambiò: non più giustizia sociale contro capitale neoliberista, ma Occidente contro terrorismo. In quel nuovo clima, la proposta del movimento perse centralità.
Molte idee rimangono
Molte idee di allora non sono scomparse, sono rimaste chiare. Riemergono nelle battaglie per l’acqua pubblica del no alle guerre, per la Palestina, nella richiesta di democrazia diretta e partecipazione. Nel 2001 si diceva: “Un altro mondo è possibile”. Oggi diventa: “Un altro mondo è necessario”. Oggi, tra crisi climatica, guerre e catastrofi, un altro mondo è urgente. Quei ragazzi che sembravano visti da fuori “estremisti”, anche se erano operai, studenti, anche se erano suore, preti, anche se erano insegnanti e artisti; quei ragazzi che avevate bollato come sognatori utopici da quattro soldi e che neppure vi avevano fatto impressione con le teste spaccate dai manganelli, al contrario degli agenti di polizia aizzati da canaglie in cravatta; quei ragazzi avevano ragione. Il messaggio continua ad essere lo stesso: non arrendersi, nemmeno di fronte all’oppressione.
Non avevate solo ragione allora, l’abbiamo ancora oggi.
Dire che abbiamo ancora ragione significa non vivere quei giorni di Genova come il racconto di una sfida passata, in un moto che rischia di essere tanto consolatorio quanto improduttivo. Dire che abbiamo ragione noi significa guardare in faccia il mondo e il Paese in cui viviamo e rimettersi all’altezza di quell’orizzonte. Perché 25 anni fa il potere si è spaventato a Genova. Quel movimento, che costruiva alleanze e connessioni per un altro mondo possibile, era una scelta di resistenza di fronte a una concentrazione di potere economico che andava rompendo ogni barriera ed ostacolo in nome del controllo delle catene globali dell’economia, mentre si preparava ad alzare muri per le persone che sarebbero fuggite dai loro disastri, dalle forme di colonialismo economico, dallo sfruttamento.
Ma quel movimento si è lasciato frammentare, si è lasciato dividere, non è riuscito a strutturarsi veramente.
Eppure, la Palestina proprio negli ultimi anni ci ha risvegliato, ci siamo visti in piazza e abbiamo visto che questo fuoco arde ancora. Che non siamo sconfitti. Che siamo ancora umani, che riconosciamo la differenza tra chi resiste e chi opprime e perseguita per un progetto genocida e suprematista. Ben Gurion, padre fondatore di Israele, diceva spesso che “l vecchi rifugiati moriranno e i giovani dimenticheranno”. I Palestinesi non hanno dimenticato nulla e noi non dobbiamo dimenticare Carlo e tutti quelli che hanno dato tutto.
A cura di Salvo Alfieri (Redazione Sicilia)

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