C’è un proverbio napoletano che descrive perfettamente certe situazioni: “Stev’m scarz e ce mettimm’ ‘e toppe.” Eravamo già messi male e, invece di risolvere il problema, lo peggioriamo con una pezza. È stata questa la prima sensazione ascoltando Claudio Ranieri: “Non penso che chi insegna tennis metta lì l’allievo a fare subito la partita. Serve insegnare a stoppare la palla, passare, tirare… Voglio capire perché questo non riesce più.”
Il buongiorno, purtroppo, si vede dal mattino.
Più che una riflessione sul calcio, quella di Ranieri sembra una fotografia di un modo di insegnare fermo a qualche decennio fa. E il problema è che il paragone scelto, il tennis, finisce per smentire proprio la tesi che vorrebbe sostenere. Perché viene spontaneo chiedersi: cosa c’entra il tennis con il calcio? In realtà, molto. Ma non nel modo immaginato da Ranieri. Nel tennis moderno nessun maestro prepara un allievo facendogli eseguire per settimane soltanto dritti, rovesci e servizi per poi dirgli: “Adesso vai a giocare”. Oggi si impara giocando. Con campi ridotti, palline differenziate, situazioni semplificate e obiettivi specifici. La tecnica nasce dentro il contesto della partita, perché ogni colpo ha senso solo se inserito in una situazione reale.
Esattamente come accade nel calcio.
Anche qui la vecchia idea dell’allenamento analitico – stop, passaggio e tiro ripetuti all’infinito senza avversari – è stata progressivamente superata. Non perché i fondamentali non siano importanti, ma perché il calcio è uno sport di decisioni prima ancora che di esecuzione. Un controllo perfetto serve a poco se non sai dove orientarlo. Un passaggio preciso vale poco se non hai letto il movimento del compagno o la pressione dell’avversario. Un tiro impeccabile non nasce mai nel vuoto, ma da una scelta fatta in pochi decimi di secondo. Per questo oggi si allenano tecnica, tattica, percezione e capacità decisionale contemporaneamente. È la metodologia adottata nei migliori settori giovanili del mondo e supportata da anni di studi sulle scienze motorie e sull’apprendimento. Sentire oggi contrapporre “i fondamentali” al gioco significa, in sostanza, criticare un’evoluzione che lo sport ha già metabolizzato.
E allora torna inevitabilmente quel proverbio napoletano. Perché quando si analizza il calcio del 2026 con esempi che appartengono agli anni Novanta, la sensazione è proprio quella: “Stev’m scarz e ce mettimm’ ‘e toppe.” Non è nostalgia. È il rifiuto di accettare che il gioco, nel frattempo, è andato avanti. Il problema non è che i calciatori abbiano dimenticato i fondamentali. È che qualcuno continua a ignorare , e cosa ancora più grave che lo faccia lui che ha vissuto quelle esperienze, che è il gioco il vero maestro
A cura di Raffaele Di Pasquale
