Arte, letteratura ed editoria indipendente: Mary Blindflowers racconta Thinking Man Editore, la nascita del Destrutturalismo e la sua idea di cultura fuori dagli schemi.
a cura di Valentina Giua

Intervista a Mary Blindflowers
Thinking Man Editore, Destrutturalismo e arte come ricerca
Ci sono realtà editoriali piccole per dimensioni, ma tutt’altro che piccole per ambizione culturale. Questa intervista nasce dal desiderio di dare spazio agli editori indipendenti che scelgono di sostenere una voce precisa, una visione e un’idea di letteratura non riducibile alle logiche dell’omologazione.
Troppo spesso affidiamo il nostro immaginario a ciò che il mercato rende più visibile, immediato e facilmente consumabile. Viene allora da chiedersi se siamo davvero usciti dalla celebre logica attribuita a Henry Ford: poter scegliere qualunque automobile, purché sia nera. Oggi l’offerta sembra sterminata, ma quante delle nostre scelte sono realmente autonome? Quante nascono da una ricerca personale, e quante sono già orientate da algoritmi, classifiche, tendenze e meccanismi promozionali?
È proprio quando il pensiero critico appare scomodo, eccentrico o difficile da collocare che diventa necessario fermarsi e scavare. Non solo per scoperchiare il vaso di Pandora – anche se, talvolta, è inevitabile –, ma per cercare punti di vista nuovi; per alimentare quella curiosità che rischia di spegnersi quando non esercitiamo il diritto di scegliere, dubitare, costruire, demolire e ricostruire i nostri paradigmi.
In questo orizzonte si colloca Thinking Man Editore, realtà indipendente che valorizza opere di autori contemporanei e classici dimenticati accomunati da una matrice sperimentale destrutturalista o da una ribellione simbolica contro dogmatismi e imposizioni culturali. Il progetto è legato anche all’associazione Uovo Quadro, impegnata nella diffusione di una cultura alternativa e non allineata al mainstream.
Questa intervista vuole essere un invito a conoscere un progetto editoriale che considera il libro non soltanto un prodotto, ma uno spazio di ricerca, attrito e possibilità: un luogo in cui la letteratura, l’arte e il pensiero possono generare domande invece di offrire risposte preconfezionate.
È con noi Mary Blindflowers, fondatrice di Thinking Man Editore, artista, scrittrice e ideatrice del movimento del Destrutturalismo. Il suo percorso comprende saggistica, poesia, romanzi, opere teatrali e varie mostre d’arte; nel 2019 ha inoltre ottenuto il primo premio di disegno della Henry Moore Foundation.
Mary Blindflowers cura il blog Destrutturalismo e altro e la rivista Destrutturalismo, una pubblicazione di approfondimento letterario che mira a suscitare “fratture riflessive”, dubbi e apertura verso ritmi sperimentali nella mente del lettore.

Mary, grazie per aver accolto il mio invito.
C’è stato un momento preciso in cui ha pensato “ok, ora comincio a creare”? Come si è manifestata quella prima scintilla, e che cosa stava cercando di dire?
Non ricordo momenti precisi. Credo che ogni essere umano e probabilmente pure gli animali e ogni creatura vivente, inizino a creare non appena vengono al mondo, compongono immagini, sensazioni, stati d’animo, colori, imparano le forme ma anche le percepiscono in modo personale, creativo, soggettivo. Penso sia un discorso universale che non riguardi solo scrittori e artisti visivi. Penso che tutti nascano creativi e poi crescendo possano decidere se coltivare la follia della creatività o il pragmatismo di una vita più concreta che è sicuramente più rassicurante.
Quali autori o artisti hanno acceso per prima la sua immaginazione? C’è un libro o un’opera che ricorda come una vera e propria folgorazione?
Ce ne sono tanti. Leopardi sicuramente è stato il primo poeta che abbia colpito la mia immaginazione, ma perché si studia a scuola e lo si può apprezzare anche quando si esce fuori dall’aula. Ha liberato la poesia dai tromboneschi versi del Monti e dei salotti che ha criticato, infatti, come tutti quelli che vedono lucidamente il proprio tempo, si è beccato pure la nomea di “invidioso mangiatore di gelati”, recentemente replicata da pseudo-poetesse di sistema. Nella biblioteca di Leopardi c’era una copia de “Gli animali parlanti” di Casti, opera grandiosa e rivoluzionaria, enormemente sottovalutata dalle accademie, ripubblicata sia a colori che in bianco e nero da Thinking Man Editore, a dispetto di chi lo considera un autore minore perché criticava la monarchia assoluta, il servilismo becero dei letterati e l’irragionevole logica delle guerre.
Guardando indietro, cosa ha ereditato da quelle prime influenze e cosa invece ha dovuto tradire per trovare una voce propria?
Dalle letture io cerco di ereditare la capacità di ragionare in modo indipendente.
Questa è l’unica influenza accettabile, perché, ovviamente, lo scrittore a cui verrebbe in mente di imitare i grandi poeti diventerebbe ridicolo.
Non ritengo sia vero il detto assai diffuso che ormai sia stato tutto già inventato e che l’arte sia imitazione, forse il detto circolava anche nei tempi antichi, ma dice il falso.
L’arte è sperimentazione.
Con l’imitazione siamo arrivati soltanto all’iperrealismo che è una non-arte, un guscio vuoto e niente più, tutto tecnica e niente significato. Siamo arrivati agli imitatori dello stile realista che non fanno che parlare di sé stessi in libri inutili, dicendo perfino a che ora vanno al bagno.
La letteratura simbolica é bannata, scambiata erroneamente per fantasy, quando invece va in direzione opposta, criticando il proprio tempo attraverso il simbolo. Per capirlo però bisogna saper leggere. Non si legge più. Troppo faticoso.
L’editoria rampante e vincente impone non letture di matrice intimista e borghese. Il mondo crolla e i premi Strega dell’ultra salotto, parlano delle loro paturnie, dei loro piccoli e insignificanti drammi da privilegiati. Sono gli stessi che troviamo ovunque, su tutti i giornali, al Salone del libro di Torino, lo stesso Salone ci ha impedito la partecipazione, i loro obiettivi sono diversi dai nostri, così ci hanno detto.
Per iniziare, le chiedo: chi è oggi Mary Blindflowers, al di là delle biografie ufficiali e dei ruoli che le vengono attribuiti?
Nessuno.

Lei vive e lavora nel Regno Unito, ma ha radici italiane: quanto conta questo spostamento geografico e culturale nel suo modo di guardare l’arte?
Io ho iniziato a dipingere nel Regno Unito, a volte uscire dai confini del consueto e del proprio Paese, aiuta a vedere le cose diversamente.
La sua arte visiva ha un impatto fortissimo, quasi fisico, su chi la guarda. Come nasce un’immagine per lei: da un pensiero, da un’emozione improvvisa, da un gesto istintivo sulla carta?
Nasce dai miei libri che, a loro volta, nascono da fantasie simboliche non disgiunte dall’osservazione del reale.
Nelle sue opere ricorrono simboli molto personali — bambole, corpi frammentati, figure spiazzanti. Come si è formato questo suo alfabeto visivo, e come è cambiato nel tempo?
L’alfabeto visivo nasce dalla realtà. Recentemente ho proposto dei dipinti a una galleria, alcuni li ha accettati, altri no perché la parola War è disturbante, insomma, la guerra si fa ma non si deve dire e soprattutto non si deve mostrare. Gli artisti hanno le mani legate, per questo molti si rassegnano a non turbare le anime belle e disegnare fiorellini, piscine, esibire letti sfatti e banane scoccettate, oppure dichiararsi ribelli per poi prendersi i titoli della corona britannica.
Nel 2019 ha vinto il primo premio di disegno della Henry Moore Foundation. Che cosa ha significato per lei quel riconoscimento, e ha in qualche modo trasformato il suo rapporto con la propria ricerca visiva?
Non ha significato nulla e non ha cambiato nulla nella mia ricerca visiva.
Espone da anni nel Regno Unito: che cosa le hanno insegnato quelle mostre, e come descriverebbe il dialogo tra la sua arte e un pubblico non italiano?
Non saprei dire come il pubblico possa percepire un’opera perché la percezione è qualcosa di molto personale. Immagino che le vecchiette abituate alla serenità delle piscine californiane di David Hocney, percepiscono come orribili tutte le cose che faccio. Una maestra di scuola, una volta, di fronte a un mio dipinto sull’inquisizione disse agli alunni di non guardare, lo riteneva violento, ma ho notato che invece gli alunni ne erano entusiasti. Il buonismo non è una forma d’arte.
Le sue copertine sono tutte realizzate a mano: in un’epoca dominata dal digitale, lei ha scelto l’autenticità di un gesto non replicabile. Come nasce, concretamente, una copertina?
La copertina deve rispecchiare il contenuto del testo, comunicare in breve al lettore di che si tratta, dire e non dire. I disegni possono anche non piacere, ma è un rischio che si deve correre, perché anche il disgusto è comunque una sensazione, mentre le creazioni IA sono perfette e molto fredde. Talvolta si possono creare effetti ibridi, come in Aqua, il romanzo di Emilio Noaro, ho incluso il mio disegno di copertina dentro una goccia, proprio per dare la sensazione legata al titolo, ma è il massimo che io possa fare, non uso mai creazioni IA perché sono, a mio parere, anti creative.

Ha coniato il termine “Destrutturalismo”: qual è, per lei, la definizione più onesta e meno accademica di questa parola?
Il Destrutturalismo, più che un movimento, é uno stato d’animo, un moto di ribellione da parte di chi ritiene che la grossa editoria, le accademie e l’informazione che sono tre realtà fortemente intrecciate, abbiano contribuito all’ignoranza generale e al rafforzamento di una casta di scrittori dell’alta borghesia da salotto.
Solo questi hanno garantite distribuzione nazionale dei loro libri, marketing e notorietà, chi non è dell’alta borghesia o comunque non vuole vendersi alle logiche di casta, è dichiarato inesistente. Apposta al Salone non ci hanno voluto, perché i destrutturalisti per il sistema non devono esistere. Perché? Perché ci permettiamo di criticare in modo obiettivo scrittori osannati dal sistema, gli stessi che il Salone invita e mette in primo piano mentre a noi viene negato ogni più piccolo spazio.
Se la gente non vede i tuoi libri, come li compra? Non è compito del lettore andarsi a scovare autori alternativi, certo, può farlo, ma non sempre ha il tempo né la possibilità. La gente non vive di letteratura, è costretta a lavorare, non ha spesso tempo e voglia di cercare e acquista ciò che vede e di cui sente parlare. La dittatura culturale impone un monopensiero, si vedono sempre gli stessi autori ovunque. Molti di questi sono anche pessimi, non dicono nulla, ma vincono premi perché hanno ubbidito, cioè hanno finto di dire qualcosa nello stesso istante in cui maneggiano e impastano il vuoto con tante belle parole. E questo è buono per il sistema perché finge di istruirti ma ti distrae con il nulla.
Destrutturalismo significa destrutturazione dell’ismo, come dice la parola stessa, demolizione del divismo incontrollato che non significa distruzione, ma anzi, al contrario, recupero di una tradizione spesso dimenticata ad hoc. La Thinking Man, come ho detto, oltre a un poleminocchio, ha pubblicato, “Gli animali parlanti di Casti”, una novella di Ingoldsby, “Delfino Grigio”, che non è stata mai tradotta in Italia, “Il Principe Zerbino” di Tieck che in Italia non viene letto, immiserito da traduzioni che lasciano spesso a desiderare. Pirandello non ha inventato il metateatro, lo ha preso da Tieck, ma questo non si dice, in pochi lo sanno.
Esistono autori straordinari che nessuno legge perché il sistema ha deciso di non ri-pubblicarli, sono troppo polemici, critici, oppure pacifisti. La Thinking ha un programma di pubblicazione che include moltissimi autori dimenticati e anche libri mai pubblicati. Per esempio, tutti pubblicano Machiavelli, chi non lo conosce? Ma chi pubblica i pacifisti del passato? Eppure ce ne sono, perfino nel Seicento c’erano voci che si sono levate contro le guerre. Ne parla mai qualcuno? No. Perché la guerra è un affare e la letteratura che va contro questo grosso business deve restare in ombra, esattamente come i libri destrutturalisti.
Il discorso potrebbe continuare all’infinito…
Scrive che la rivista mira a creare “fratture riflessive” nel lettore: che cosa spera resti, davvero, dopo quella frattura?
La verità è spesso uno shock perché il sistema ci obbliga a pensare per slogan. Mi sono permessa di scrivere sotto un post del Corriere della sera che la Deledda, per esempio, non è affatto una scrittrice dimenticata, la conoscono tutti e che propone gli stessi temi in tutti i romanzi. Mi hanno letteralmente aggredito. Quando ho chiesto a una gentile signora una confutazione di ciò che ho detto, mi ha dato della deficiente. Ma è un classico, o ti danno dell’ignorante o dell’invidiosa.
Ormai c’è uno stato di generale, intollerante isterismo. Ecco, questi sono i lettori non lettori che il sistema editoriale sta sfornando, gente che non capisce nemmeno quello che legge perché bombardata da un marketing che impone di non pensare, di ricevere passivamente degli slogan e ripeterli a pappagallo. Il divo diventa inattaccabile, è perfetto.
Chiunque osi andare più a fondo, viene percepito come una minaccia, perché frattura convinzioni acquisite fin dalle scuole elementari. Provi a dire su un social che “Il Signore degli anelli” veicola messaggi perfettamente funzionali alla monarchia, scatenerà il putiferio. Eppure è così. Il vero lettore è pronto anche a mettere in discussione i suoi miti, ad ascoltare, ad analizzare un testo scomponendone gli elementi base. Il problema è che il vero lettore sta scomparendo, sostituito da un’orda di imbecilli.

Passa con naturalezza da saggistica a poesia, romanzo, teatro e disegno: che cosa cambia nel suo modo di pensare quando cambia linguaggio?
La forma con cui ci si esprime è relativa nella letteratura simbolica: l’importante è che il pensiero stia in movimento, che non si adegui alle mode e mantenga un antisistema di simbologie stratificate.
Che cosa significa, in concreto, essere un editore indipendente oggi, oltre lo slogan? E come riconosce un testo che appartiene davvero a quell’orizzonte, invece di limitarsi a “recitare” la parte dell’avanguardia?
Essere un editore indipendente significa pubblicare un testo per il testo non per il nome dell’autore, valutandone stile, coerenza espressiva, sperimentalismo e significato. Chi recita di solito ha contenuti molto tranquilli, buonisti. Significa anche mettersi alla prova, migliorare. La nostra rivista Destrutturalismo è una fucina di sperimentazioni.
In un tempo che sembra avere sempre meno pazienza per la complessità, che cosa la fa dire, nonostante tutto, che vale ancora la pena creare?
Vale sempre la pena quando la creazione non richiede sforzo e viene da sola. Se scrivere richiedesse sforzo, non lo farei, ma le idee partoriscono idee, è un processo naturale, e contro la propria natura non si può combattere.
Desidero ringraziare sinceramente Mary Blindflowers per aver accolto il mio invito e le mie curiosità ma soprattutto per aver condiviso con GBT Magazine il racconto del suo percorso, e una riflessione lucida e non convenzionale sul significato di creare, pubblicare e mantenere vivo il pensiero critico.
Le sue parole confermano quanto sia vitale dare spazio alle realtà indipendenti e alle voci che scelgono di non conformarsi alle logiche più immediate del mercato.
La libertà di giudizio e la curiosità verso nuove visioni sono in grado di instillare nuovi paradigmi, aprendo nuovi percorsi e permettendoci di abbandonare vecchi schemi.
Ho apprezzato moltissimo la franchezza, la spontaneità e il suo essere diretta. Grazie per continuare a coltivare, attraverso arte, scrittura e Destrutturalismo, una ricerca libera, critica e autenticamente visionaria.
a cura di Valentina Giua, per GBT Magazine, agosto 2026
