Responsabilità, questo il lemma scelto per questa settimana da Raffaele Di Pasquale. E’ un altro termine carico di significati e dal grande valore in disparati ambiti.
Dopo merito, competenza, esperienza, intelligenza, talento, intuito, creatività ed estro, arriva un momento in cui devi rispondere di ciò che fai con esse.
ETIMOLOGIA
Responsabilità deriva da responsabile, che viene dal latino responsum, participio passato di respondēre, «rispondere». In origine, dunque, il responsabile è letteralmente colui che può essere chiamato a rispondere di qualcosa. Ed è un’etimologia straordinariamente precisa. La responsabilità non significa semplicemente avere un compito. Significa essere chiamabili a dare una risposta. Rispondere di un’azione, di una decisione, di una promessa, di un incarico, di una persona, di un risultato. C’è quindi una sequenza molto interessante:
azione → conseguenza → domanda → risposta. E infatti la parola moderna responsabilità è relativamente recente: entra nel linguaggio politico e giuridico europeo soprattutto alla fine del XVIII secolo, mentre l’uso moderno è collegato anche al francese responsabilité e all’inglese responsibility. Questo è un dettaglio importante: la parola è antica nella radice, ma moderno è il concetto politico-sociale di responsabilità.
FILOSOFIA
Qui arriviamo al cuore della questione. La responsabilità presuppone almeno tre cose: libertà + consapevolezza + conseguenze. Se non sei libero di scegliere, quanto puoi essere responsabile? Qualora tu non sappia che cosa stai facendo, quanto puoi essere responsabile? Se ciò che fai non produce alcuna conseguenza, davanti a chi devi rispondere?
Ecco perché la responsabilità è intimamente legata al problema del libero arbitrio. La filosofia considera infatti responsabile l’agente quando può essere considerato causa volontaria di un determinato effetto.
Kant
Con Kant la questione diventa particolarmente importante: essere liberi significa anche essere imputabili.
La libertà non è semplicemente: «Posso fare quello che voglio». È piuttosto: «Sono l’autore delle mie scelte e quindi ne rispondo». Ed è qui che responsabilità e merito si incontrano. Se sei responsabile delle tue azioni, puoi ricevere merito per quelle buone e colpa per quelle cattive.
Weber: etica della convinzione contro etica della responsabilità
Qui c’è una distinzione bellissima. Max Weber distingue fra etica della convinzione ed etica della responsabilità.
L’etica della convinzione dice, in sostanza: «Io faccio ciò che ritengo giusto». L’etica della responsabilità aggiunge: «E considero anche ciò che accadrà a causa di ciò che faccio» Per Weber, soprattutto nella politica, non basta avere buone intenzioni: bisogna confrontarsi con le conseguenze concrete delle proprie decisioni. È una differenza enorme. Intenzione: «Volevo fare del bene». Responsabilità: «Che cosa è successo realmente dopo che l’ho fatto?»
Hans Jonas: la responsabilità verso chi ancora non esiste. Nel Novecento Hans Jonas porta il concetto ancora più avanti. La tecnologia moderna ci ha dato un potere enorme: possiamo modificare profondamente la natura, alterare l’ambiente e produrre conseguenze capaci di attraversare generazioni. Quindi nasce una nuova responsabilità:
non soltanto verso chi vive oggi, ma verso chi verrà domani. È il famoso principio responsabilità. La domanda non è più soltanto: «Che cosa posso fare?» Ma: «Che cosa posso permettermi di fare, sapendo che cosa potrebbe provocare?» La filosofia della tecnologia contemporanea considera infatti la responsabilità uno dei temi centrali proprio perché il potere tecnologico può produrre conseguenze che sfuggono al controllo del singolo individuo.
STORIA
La storia della responsabilità è, in fondo, la storia del passaggio da: potere → autorità → responsabilità.
Per secoli il problema principale è stato: «Chi comanda?» Con la modernità politica diventa sempre più importante un’altra domanda: «A chi deve rispondere chi comanda?» Ed è una rivoluzione concettuale. Nel mondo dell’assolutismo il sovrano tendeva a essere concepito come titolare di un potere dall’alto. Con il costituzionalismo moderno nasce invece l’idea del governo responsabile. Non basta governare. Bisogna rispondere del proprio governo. Il termine assume quindi una dimensione politica decisiva proprio tra Settecento e Ottocento. Il Federalist e il dibattito sulla Costituzione americana sono fra i primi luoghi in cui la responsabilità del governo verso il popolo viene tematizzata in senso moderno. E qui succede qualcosa di enorme: il potere smette di essere soltanto comando e diventa anche obbligo di rendiconto.
Da qui discendono concetti modernissimi relativi alla responsabilità:
ministeriale;
parlamentare;
civile;
penale;
amministrativa;
politica.
La società moderna diventa progressivamente una società nella quale chi esercita un potere deve poter essere chiamato a risponderne.
4. SCIENZE
Qui la parola diventa sorprendentemente attuale. La scienza nasce dall’idea di conoscere il mondo attraverso metodi verificabili. Ma proprio perché la scienza produce potere, nasce anche la responsabilità dello scienziato. Una scoperta non è necessariamente buona o cattiva in sé. La domanda diventa: Come verrà utilizzata? Pensiamo all’energia nucleare. La stessa conoscenza scientifica può contribuire alla produzione di energia oppure alla costruzione di armi. Pensiamo alla genetica. Può permettere di curare malattie, ma solleva anche interrogativi sull’intervento sull’essere umano. Pensiamo all’intelligenza artificiale. Può aumentare enormemente le capacità umane, ma pone problemi di sicurezza, privacy, discriminazione, informazione e autonomia. UNESCO sottolinea proprio la necessità che ricerca e innovazione tengano conto delle conseguenze sociali, ambientali ed etiche del lavoro scientifico. E qui ritorna Jonas: più aumenta il nostro potere, più dovrebbe aumentare la nostra responsabilità. È quasi una legge morale della modernità: Potere senza responsabilità = pericolo.
5. POLITICA
Qui la responsabilità diventa addirittura una delle fondamenta della democrazia. Un politico non è semplicemente colui che decide. Deve poter rispondere delle decisioni. Da qui il concetto di accountability: rendere conto, essere sottoposti a controllo, spiegare le proprie azioni. La democrazia funziona quando il potere non è soltanto esercitato, ma è anche controllato → giudicato → eventualmente sanzionato.
La responsabilità politica può avere conseguenze diverse: perdere la fiducia; perdere un incarico; essere sconfitto alle elezioni; essere sottoposto a un’inchiesta; rispondere davanti al Parlamento; nei casi previsti dalla legge, rispondere davanti alla magistratura. Ed è interessante che la responsabilità politica non coincida necessariamente con un reato. Un governante può non aver commesso un illecito penale e tuttavia essere politicamente responsabile di una scelta disastrosa. Treccani distingue infatti chiaramente la responsabilità politica da quella civile e penale. La grande domanda democratica alla fine è questa: Chi controlla chi ha il potere? E la risposta democratica è: le istituzioni, la legge, il Parlamento, gli elettori, la stampa, la magistratura e, più in generale, la società civile.
6. RELIGIONE
Qui la responsabilità assume una dimensione ancora più profonda perché compare un giudice ultimo. Nella tradizione cristiana il rapporto è strettissimo: libertà → scelta → responsabilità → giudizio. Il Catechismo cattolico afferma esplicitamente che la libertà rende l’essere umano responsabile dei propri atti nella misura in cui essi sono volontari. E c’è un’altra parola fondamentale: coscienza. La coscienza è il luogo interiore nel quale l’uomo valuta ciò che sta facendo. Per il Catechismo, proprio la coscienza permette alla persona di assumere la responsabilità dei propri atti. Quindi la religione introduce una dimensione ulteriore: non sono responsabile soltanto davanti agli altri. Sono responsabile anche davanti a me stesso e davanti a Dio. Ed è interessante che la responsabilità religiosa non sia semplicemente punizione. Comprende anche: errore → riconoscimento → pentimento → perdono → cambiamento. La responsabilità, quindi, può diventare anche possibilità di ricominciare.
7. CALCIO
E qui, secondo me, la parola diventa perfetta. Perché il calcio è uno degli sport nei quali la responsabilità è continuamente distribuita e condivisa. Il giocatore è responsabile della propria prestazione. L’allenatore delle proprie scelte. Il capitano del comportamento della squadra. L’arbitro delle proprie decisioni. La società delle proprie strategie. Ma c’è una cosa ancora più interessante: nel calcio non basta essere bravi: bisogna essere responsabili di ciò che la propria bravura produce. Un talento può saltare tre avversari. Ma se poi perde palla e prende gol, qualcuno deve rispondere di quella scelta.
Un allenatore può avere un’intuizione geniale. Ma se cambia modulo e la squadra crolla, dovrà rispondere della decisione. Un attaccante può essere un fenomeno. Ma se si comporta male e lascia la squadra in dieci, la sua responsabilità supera la sua prestazione individuale. E il calcio moderno lo riconosce persino nelle sue regole. L’IFAB stabilisce che il capitano non abbia privilegi speciali, ma abbia una responsabilità per il comportamento della squadra. E le nuove linee guida sul rapporto capitano-arbitro aumentano proprio questa responsabilità: il capitano deve contribuire a impedire che i compagni circondino o aggrediscano verbalmente l’arbitro. È bellissimo perché il capitano non è semplicemente quello che porta la fascia. È quello che, simbolicamente, risponde per qualcosa che è più grande di lui.
LA FRASE DELLA SETTIMANA
Se dovessi condensare tutto il lavoro in una sola frase, sceglierei questa: La libertà ti permette di scegliere; la responsabilità ti impone di rispondere di ciò che hai scelto. E forse possiamo fare un passo ulteriore. Le parole delle ultime settimane sembrano quasi costruire una piccola filosofia dell’uomo:
MERITO → ciò che hai conquistato.
COMPETENZA → ciò che sai fare.
ESPERIENZA → ciò che hai imparato vivendo.
INTELLIGENZA → ciò che sai comprendere.
TALENTO → ciò che possiedi naturalmente.
INTUITO → ciò che sai percepire prima degli altri.
CREATIVITÀ → ciò che sai inventare.
ESTRO → il modo personale in cui trasformi una capacità in qualcosa di tuo.
RESPONSABILITÀ → ciò di cui accetti di rispondere.
E quindi arriviamo a una conclusione forse ancora più interessante: il talento dice ciò che puoi fare; la responsabilità dice ciò che scegli di farne. È probabilmente per questo che la responsabilità è una parola più adulta di tutte le precedenti. Perché non riguarda soltanto ciò che sei capace di fare. Riguarda che cosa fai quando sei capace di farlo.
GIOCOLOGIA
Nel paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia, la responsabilità non è anzitutto una norma morale né un dovere imposto dall’esterno. È una modalità dell’essere-in-relazione. Il soggetto non è un osservatore separato che prima comprende il mondo e poi decide come agire. È un organismo incarnato che fa emergere significati attraverso il proprio agire. Da questo punto di vista, essere responsabili significa riconoscere che il proprio modo di abitare una situazione contribuisce a farla essere quella che è.
1. Fenomenologia: responsabilità come esperienza vissuta
La responsabilità si manifesta innanzitutto come esperienza. Non è soltanto: «Ho commesso un errore, quindi sono responsabile». È anche quel particolare vissuto nel quale percepisco: «Questa cosa mi riguarda». Il corpo, prima ancora della riflessione concettuale, può vivere il peso di una scelta, la tensione di una decisione, il disagio davanti a una conseguenza, la soddisfazione per un’azione riuscita. La responsabilità è dunque anche sentirsi implicati. Non sono davanti al mondo come spettatore. Sono dentro la situazione.
2. Enattivismo: responsabilità come co-costruzione
Qui il concetto diventa ancora più interessante. Nel paradigma enattivo, organismo e ambiente non sono due realtà completamente separate: la cognizione emerge dalla loro interazione dinamica. L’azione non è semplicemente la conseguenza di una rappresentazione mentale preesistente. Agendo, facciamo emergere un mondo significativo. La responsabilità, allora, non è soltanto responsabilità per ciò che faccio, ma anche responsabilità per il mondo relazionale che contribuisco a generare attraverso ciò che faccio. Un gesto modifica la situazione. La situazione modifica me. Io modifico l’altro. L’altro modifica me. E così via. La responsabilità diventa quindi circolare e relazionale, non semplicemente lineare.
3. Nel gioco: la responsabilità è emergente
Ed è qui che la Giocologia diventa decisiva. Nel gioco non esiste soltanto un soggetto che agisce su un oggetto. Esiste un campo di gioco nel quale significati, regole, corpi, emozioni, altri giocatori e ambiente si modificano continuamente. Il giocatore enatta — fa emergere — la situazione attraverso il proprio comportamento. Un agito non ha significato isolatamente. Acquista significato dentro la dinamica del gioco. Perciò la responsabilità giocologica può essere formulata così: Essere responsabili significa riconoscersi come parte attiva del processo attraverso il quale una situazione prende forma. Non sono responsabile soltanto dell’esito finale. Sono responsabile del modo in cui partecipo alla sua emergenza.
4. Responsabilità ≠ colpa
Questa distinzione è fondamentale. Colpa guarda prevalentemente al passato: «Chi ha sbagliato?» Responsabilità, nel paradigma fenomenologico-enattivo, può guardare al processo: «Come sto partecipando a ciò che sta accadendo?» La prima tende a cercare un colpevole. La seconda apre uno spazio di possibilità d’azione. Per questo la responsabilità può essere trasformativa. Se riconosco il mio ruolo nella situazione, posso anche modificare il mio modo di parteciparvi
5. Responsabilità come capacità di risposta
E qui torniamo magnificamente all’etimologia di respondēre, «rispondere». La responsabilità, nella Giocologia, può essere intesa come: Capacità di rispondere alla situazione attraverso l’azione. Non una risposta puramente verbale. Una risposta incarnata. Il corpo sente. La percezione orienta. L’ambiente offre possibilità. L’altro reagisce. Io modifico la mia azione. La situazione cambia. È un circuito enattivo. Percepire → agire → modificare → percepire nuovamente → ri-agire. La responsabilità vive precisamente dentro questo circuito.
6. La responsabilità del giocatore
Il giocatore responsabile non è necessariamente quello che «fa tutto bene». È quello che rimane in relazione con ciò che accade. Non fugge dall’errore, non si separa dalla situazione. Non attribuisce automaticamente tutto all’esterno. Si domanda: «Che cosa sta emergendo tra me e il mondo, e quale parte sto avendo nella sua emergenza?» Questo cambia radicalmente il significato dell’errore. L’errore non è semplicemente una colpa. È informazione incarnata. Mi dice qualcosa sul rapporto tra me → azione → ambiente → altri → risultato. E posso utilizzarlo per trasformare l’azione successiva.
LA DEFINIZIONE GIOCOLOGICA
Se dovessimo condensare tutto in una definizione coerente con il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia, proporrei: RESPONSABILITÀ è la consapevolezza incarnata della propria partecipazione alla co-costruzione dinamica della situazione, e la disponibilità a rispondere ad essa attraverso l’azione. Oppure, in una formula più essenziale: Responsabilità è riconoscersi parte di ciò che accade e rispondere trasformativamente a ciò che emerge. E questa, secondo me, si lega perfettamente alle parole che abbiamo già affrontato:
competenza = la manifestazione dei miei agiti
esperienza = ciò che ho vissuto
intelligenza = ciò che so comprendere
talento = ciò che posso esprimere
intuizione = ciò che percepisco emergere
creatività = ciò che posso far emergere di nuovo
estro = il modo singolare in cui lo faccio
responsabilità = il modo in cui rispondo a ciò che, attraverso il mio agire, contribuisco a far emergere.
Qui, finalmente, responsabilità diventa una parola pienamente giocologica.
Tre libri
I fratelli Karamazov — Fëdor Dostoevskij Il principio responsabilità — Hans Jonas La banalità del male — Hannah Arendt.
Un’opera pittorica
Paesaggio con la caduta di Icaro — Pieter Bruegel il Vecchio
Un film
Il verdetto — Sidney Lumet
Una canzone
The Logical Song — Supertramp
A cura di Raffaele Di Pasquale

