Il dolore di essere messi in punizione proprio dalle persone che amiamo
Ci sono silenzi che fanno bene.
Il silenzio di chi ha bisogno di respirare.
Quello di chi deve ritrovare se stesso.
Il silenzio che arriva dopo una giornata difficile e dice semplicemente:
“Adesso ho bisogno di stare un po’ da solo.”
E poi ci sono silenzi completamente diversi.
Quelli che non chiedono spazio. Chiedono che tu senta la loro assenza.
Sono i silenzi che arrivano dopo una discussione, quando una persona che ami decide di non parlarti più.
Non necessariamente perché non abbia nulla da dire, ma perché la rabbia è diventata più forte del desiderio di incontrarti.
E allora comincia una delle forme più sottili di sofferenza emotiva: tu resti lì, davanti a una porta chiusa, a domandarti se bussare ancora oppure smettere.
IL SILENZIO PUÒ DIVENTARE UNA PUNIZIONE
In psicologia si parla di silent treatment e, in alcuni casi, di stonewalling, cioè il ritiro dalla comunicazione.
John Gottman, psicologo e uno dei più importanti studiosi delle relazioni di coppia, ha inserito il stonewalling tra quelli che definisce i “quattro cavalieri” della comunicazione distruttiva.
Quando una persona si chiude completamente, smette di rispondere e si sottrae all’interazione, l’altro può sentirsi frustrato, impotente e progressivamente sempre più solo.
Ma attenzione: non ogni silenzio è manipolazione. A volte una persona tace perché è sopraffatta. È troppo arrabbiata, troppo ferita, troppo attivata emotivamente per riuscire a parlare senza peggiorare la situazione.
Gottman descrive questo stato come una sorta di “inondazione” fisiologica: quando l’attivazione emotiva sale troppo, diminuiscono la capacità di ascoltare, empatizzare e risolvere creativamente il problema.
La differenza sta allora in una cosa fondamentale: “Ho bisogno di fermarmi” non è la stessa cosa di “ti ignoro perché voglio farti soffrire”.
Nel primo caso c’è un confine. Nel secondo può esserci una punizione.
E CHI RICEVE QUEL SILENZIO?
Riceve qualcosa di stranamente difficile da spiegare. Perché non c’è una parola contro cui reagire.
Non c’è un’accusa alla quale rispondere.Non c’è una discussione da affrontare.
C’è soltanto un’assenza. E l’assenza, quando arriva da qualcuno che amiamo, può diventare assordante.
La ricerca psicologica sull’ostracismo mostra proprio questo: essere ignorati o esclusi minaccia bisogni psicologici fondamentali come il senso di appartenenza, l’autostima e la percezione di avere un posto nella relazione.
Ecco perché a volte una persona dice:“Preferirei che mi urlasse contro.” Non perché desideri il conflitto, ma perché almeno nell’ira dell’altro c’è ancora una relazione.
Nel silenzio punitivo, invece, ci si può sentire cancellati.
QUANDO SMETTI DI CERCARE IL CHIARIMENTO
Ed è qui che accade qualcosa di ancora più profondo.
All’inizio cerchi, spieghi, scrivi.
Poi, a un certo punto, qualcosa dentro di te si stanca.
Provi a capire. Ripercorri mentalmente quello che è successo. Ti chiedi cosa hai sbagliato. Cerchi la frase giusta, quella che possa abbattere il muro.
Non sei più arrabbiato.
Non hai più voglia di dimostrare di avere ragione e nemmeno più voglia di convincere l’altro della tua buona fede.
Sei deluso. E la delusione è una emozione particolare.
La rabbia dice: “Mi hai fatto del male.”
La delusione dice:“Da te mi aspettavo qualcosa di diverso.”
Ed è proprio per questo che può essere così dolorosa.
Perché non nasce soltanto da ciò che è accaduto.
Nasce dalla distanza tra ciò che una persona è stata per noi e ciò che, in quel momento, si è dimostrata capace di essere.
QUANDO L’AMORE NON BASTA A FAR TACERE LA RABBIA
Una delle illusioni più dolorose che abbiamo sull’amore è pensare che chi ci ama debba necessariamente riuscire a metterlo davanti alla propria rabbia.
Non sempre è così. Le persone possono amarci profondamente e, nello stesso tempo, avere una pessima capacità di gestire la frustrazione, la paura, il senso di rifiuto o la vulnerabilità.
Il problema non è provare rabbia.
La rabbia è umana. Il problema è ciò che facciamo della nostra rabbia.
Possiamo usarla per dire:“ Sono ferito.”
Oppure possiamo trasformarla in:“
Adesso ti faccio sentire quello che sento io.”
Ed è lì che il conflitto cambia natura; non si cerca più una soluzione, si cerca un colpevole.
Non si cerca più comprensione, si cerca potere
.LA COSA PIÙ TRISTE È QUANDO DUE PERSONE SI AMANO E NESSUNA DELLE DUE RIESCE PIÙ A FARE IL PRIMO PASSO
A volte dietro un silenzio non c’è cattiveria.
C’è paura. Paura di cedere, di essere il primo a chiedere scusa. Il timore che parlare significhi perdere, o che l’altro non capisca.
E così due persone che si vogliono bene finiscono per aspettare.
Una aspetta che l’altra parli.
L’altra aspetta che sia la prima a muoversi.
E intanto il tempo fa quello che sa fare meglio:trasforma un momento di rabbia in distanza.
FORSE LA MATURITÀ EMOTIVA È UN’ALTRA COSA
Forse essere maturi emotivamente non significa non arrabbiarsi.
Significa riuscire a dire:“ Sono troppo arrabbiato per parlare adesso, ma non voglio perderti. Ho bisogno di tempo. Poi torniamo su questa cosa.”
Quella frase cambia tutto. Perché contiene contemporaneamente due verità:“Sono arrabbiato ”e “Tu continui a essere importante per me.”
È questo che protegge il legame.
Non l’assenza del conflitto, ma la presenza della relazione anche dentro il conflitto.
E QUANDO NON HAI PIÙ VOGLIA DI CHIARIRE?
Forse non devi forzarti. Forse non ogni ferita deve essere immediatamente trasformata in una conversazione.
A volte abbiamo bisogno di stare in silenzio non per punire qualcuno, ma per ascoltare noi stessi; per capire se siamo ancora arrabbiati, se siamo feriti, se abbiamo bisogno di essere rassicurati.
Oppure se, semplicemente, siamo stanchi.
Stanchi di spiegare, di chiedere, di essere sempre quelli che provano a ricucire.
E allora può arrivare una frase che non è una minaccia e non è una resa:“Adesso non voglio chiarire.
”Non significa: “Non ti amo più.”
Può significare: “In questo momento ho bisogno di proteggere me stessa.”
LA DELUSIONE È ANCHE UN LUTTO
C’è qualcosa che spesso non riconosciamo.
Quando siamo profondamente delusi da qualcuno che amiamo, non perdiamo necessariamente la persona; perdiamo, almeno per un momento, l’immagine che avevamo della relazione.
Ed è un piccolo lutto.
Per questo fa così male.
Perché non stiamo soltanto chiedendoci: “Perché hai fatto questo?”
Stiamo anche chiedendoci: “Come ho potuto sentirmi così al sicuro con te e adesso sentirmi così sola?”
Forse è questa la domanda più difficile. E forse non ha bisogno di una risposta immediata.
IL SILENZIO DELL’ALTRO NON DEVE DIVENTARE IL SILENZIO DENTRO DI NOI
C’è una cosa che possiamo scegliere.
Possiamo lasciare che l’altro si chiuda senza chiuderci dentro quella porta.
Rispettare il suo silenzio senza trasformarlo in una sentenza sul nostro valore.
Possiamo smettere di inseguire senza smettere di amare.
Possiamo essere delusi senza diventare cattivi, o prendere distanza senza desiderare il male.
E possiamo aspettare, non necessariamente che l’altro torni, ma che noi torniamo a stare bene dentro di noi.
Perché una relazione sana non dovrebbe costringerci a scegliere continuamente tra l’amore per l’altro e il rispetto per noi stessi.
E forse la vera domanda, alla fine, non è: “Chi farà il primo passo?”
È: “Quando finalmente torneremo a parlarci, saremo capaci di farlo per capirci o soltanto per stabilire chi aveva ragione?
”Perché l’amore adulto non è non ferirsi mai. È sapere che, dopo essersi feriti, non ci si deve trasformare in nemici.
E ci sono momenti in cui la cosa più dignitosa che possiamo fare è smettere di bussare a una porta chiusa.
Non per orgoglio. Non per vendetta. Ma perché, qualche volta, anche il cuore ha bisogno di sedersi. Respirare.
E dire:“Adesso basta. Non voglio più combattere per essere ascoltato. Voglio soltanto tornare ad ascoltare me stesso.”
