C’è un momento, nella vita di ogni tifoso, in cui ti accorgi che non stai più guardando una partita: stai guardando un’illusione.
E quando esplode un’inchiesta come quella che coinvolge Rocchi, il VAR, i vertici arbitrali, ti rendi conto che il problema non è un rigore dato o non dato.
Il problema è la fiducia.
Perché se davvero — come ipotizzano gli inquirenti — un designatore può bussare al vetro della sala VAR e orientare una decisione, allora il risultato non è più sport.
È sceneggiatura.
E tu, tifoso, che fai? Continui a crederci? Continui a farti prendere in giro?
La ferita che si riapre
Calciopoli non è mai finita.
L’abbiamo solo messa in un cassetto, sperando che la tecnologia avrebbe risolto tutto.
Il VAR doveva essere la garanzia, la trasparenza, la fine dei sospetti.
E invece oggi scopriamo che la tecnologia non serve a nulla se chi la gestisce resta opaco.
È come mettere un antifurto in casa e dare le chiavi al ladro.
Il tifoso tradito
Il punto non è essere juventini, interisti, romanisti o milanisti.
Il punto è essere cittadini che guardano uno sport che muove miliardi, che influenza opinioni, che crea narrazioni, che decide carriere.
E scoprire che forse tutto questo poggia su un sistema fragile, manipolabile, permeabile al potere.
Ti senti tradito.
Non come tifoso: come persona.
La domanda che resta
A questo punto, la domanda è semplice e brutale:
ha ancora senso seguire il calcio?
Dipende da cosa cerchi:
- Se cerchi verità, oggi il calcio italiano non te la dà.
- Se cerchi giustizia, devi aspettare le sentenze.
- Se cerchi passione, quella ce l’hai dentro, ma è sempre più difficile difenderla.
- Se cerchi sport, quello vero, quello pulito, quello meritocratico… allora forse devi guardare altrove.
Perché qui, ogni volta che pensi di aver toccato il fondo, qualcuno scava.
La conclusione amara
Non so se questo sia davvero “Calciopoli 2”.
So solo che è l’ennesima prova che il calcio italiano non ha mai voluto guarire.
Ha preferito convivere con la malattia, sperando che nessuno se ne accorgesse.
E allora sì, la domanda è legittima:
vale ancora la pena seguirlo?
O stiamo solo alimentando un sistema che non ci rispetta?
A cura di Marco Ciriello
