Comprensibile dal punto di vista del preparatore atletico. Io, però, la vedo diversamente. Dal punto di vista enattivo, il punto centrale della riflessione è questo: il calciatore non è un sistema che esegue gesti o produce numeri. E’ un organismo che percepisce, interpreta, decide e si adatta continuamente dentro un ambiente di gioco. L’approccio enattivo, legato ai concetti di cognizione incarnata (embodied cognition) e enaction, considera il comportamento come il risultato dell’accoppiamento continuo tra il corpo, con le sue capacità neuromuscolari, metaboliche e coordinative; le informazioni dell’ambiente, come compagni, avversari, spazio, tempo e palla;
l’intenzione, cioè ciò che il giocatore vuole ottenere; la decisione e la regolazione del movimento.
Il problema di molti test è che spesso misurano una capacità isolata fuori dal contesto, mentre il calcio è una situazione di adattamento permanente.
1) HIT test e concetto di alta intensità
Una corsa navetta standardizzata, come un 10×10” a una determinata velocità, può misurare la capacità di sostenere una specifica richiesta locomotoria. Ma nel calcio l’alta intensità non coincide solamente con velocità,
metri percorsi, frequenza cardiaca, produzione energetica. L’intensità calcistica nasce soprattutto dalla relazione
percezione → decisione → azione → recupero → nuova decisione. Un calciatore può raggiungere 30 km/h perché ha riconosciuto uno spazio, anticipato un avversario e scelto il momento corretto per attaccarlo. La stessa velocità prodotta senza informazioni ambientali rappresenta un fenomeno diverso. Il test può quindi fornire un’informazione su una componente, ma diventa limitante quando viene considerato rappresentativo della prestazione calcistica. La metafora del frigorifero è efficace: puoi avere tutti gli ingredienti metabolici e fisici, ma se il “piatto calcio” richiede interazione, decisione e adattamento, quegli ingredienti da soli non costruiscono il gioco.
2) Cambio di direzione: gesto meccanico o risposta intelligente?
Anche il cambio di direzione va interpretato diversamente. Nel calcio un cambio di direzione non nasce semplicemente da un vincolo meccanico, ma da un’informazione visiva, una previsione, una scelta, un rapporto con l’avversario, un vincolo temporale. Un cambio di direzione imposto da un cono è un cambio di traiettoria.
Un cambio di direzione in partita è una risposta intelligente a una situazione. Il giocatore non cambia direzione perché arriva davanti a un riferimento esterno: cambia direzione perché qualcosa nell’ambiente gli comunica che deve farlo. Per questo i dati raccolti durante il gioco reale possono avere un significato maggiore: non perché il dato rappresenti tutta la realtà, ma perché nasce dentro il comportamento autentico del giocatore.
3) Frequenza cardiaca e carico: il rischio di confondere un indicatore con il fenomeno
La frequenza cardiaca è un indicatore fisiologico utile, ma non può essere sovrapposta al concetto di intensità calcistica. La FC può essere influenzata da molti fattori: stress emotivo; pressione competitiva; temperatura;
fatica residua; attivazione cognitiva. Un giocatore può avere una frequenza cardiaca elevata senza produrre un grande carico esterno. Un centrocampista che occupa una linea di passaggio, legge continuamente il gioco e prepara un’azione difensiva può avere un grande coinvolgimento percettivo e decisionale anche con basse velocità o pochi watt registrati. Al contrario, un atleta può produrre un’elevata richiesta fisica senza essere realmente immerso in un problema calcistico. La domanda quindi non dovrebbe essere: “Quanto ha lavorato il cuore?”
ma: “Quanto il giocatore è riuscito ad adattare efficacemente il proprio comportamento alle richieste del gioco?”
La sfida: superare la frammentazione del giocatore
La prospettiva enattiva porta a superare la separazione artificiale tra atleta, sviluppo di forza, resistenza, velocità e capacità metaboliche. Calciatore tecnica individuale e abilità con la palla. Giocatore decisione, tattica, relazione con compagni e avversari. In partita questi aspetti non esistono mai separati. Un’accelerazione non è solo una qualità fisica: nasce da una percezione dello spazio, da un’intenzione, da una decisione e assume un significato tattico. Un controllo orientato non è solo tecnica: è una soluzione a un problema. Una pressione difensiva non è solo corsa: è lettura, coordinamento, scelta del momento e regolazione della distanza.
L’approccio olistico non significa fare tutto insieme in modo confuso.
Significa progettare situazioni dove il giocatore sviluppa capacità fisiche dentro un contesto di significato.
Non “Alleno la velocità e poi la applico al calcio”, ma: “Creo situazioni dove il giocatore deve risolvere problemi calcistici che richiedono anche velocità”. Il corpo non è un motore da potenziare e mettere successivamente al servizio del gioco. È il mezzo attraverso cui il giocatore percepisce, interpreta e costruisce il gioco.
La dimensione emotiva e socio-affettiva: il giocatore è una persona nel gioco.
Questa prospettiva si completa considerando una dimensione spesso trascurata: quella emotiva e relazionale.
Il giocatore non è soltanto un sistema biologico-cognitivo, ma anche un sistema emotivo e sociale. La stessa situazione può produrre risposte diverse in base a: fiducia nei compagni; relazione con l’allenatore; sicurezza psicologica; ruolo percepito nella squadra; pressione del risultato; esperienze precedenti.
Un rigore non è soltanto una situazione tecnica o coordinativa. È un momento in cui il giocatore porta con sé emozioni, aspettative, responsabilità e significati personali. Un giovane che entra dopo mesi di esclusione non porta in campo solo un livello di forza o resistenza: porta una storia, motivazioni, paure e relazioni.
Per questo anche il concetto di carico deve essere ampliato.
Il carico non è solo ciò che misuriamo con GPS, watt o frequenza cardiaca. Esiste anche un carico percettivo, decisionale, emotivo, sociale. Una seduta apparentemente leggera dal punto di vista fisico può essere molto impegnativa se richiede adattamento continuo, responsabilità decisionale, confronto, esposizione all’errore.
Un modello realmente integrato non mette insieme alla fine fisico, tecnico, tattico e mentale come quattro elementi separati. Considera il giocatore come un sistema unico in cui corpo, mente, emozione e ambiente si co-costruiscono nell’azione. È questo il passaggio fondamentale: non preparare un atleta per giocare a calcio, ma sviluppare un giocatore capace di abitare il gioco.
A cura di Raffaele Di Pasquale

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