La letteratura ha spesso il potere di rendere universale il microscopico. È esattamente ciò che ha compiuto Elena Ferrante ne “L’Amica Geniale”, un’opera sui generis che inaugura una nuova stagione: quella dell’iperrealismo letterario. Al centro dell’opera c’è un rione che, per un occhio disattento, può sembrare un quartiere perduto, lasciato ai margini della città partenopea; tuttavia, come la stessa Elena Greco spiega in “Storia della bambina perduta”, in esso si rivela la sintesi perfetta dell’Italia nel secondo dopoguerra. Un paese ancora fragile, che porta dietro le sue bellezze, le malattie della guerra: l’esasperato patriarcato, il vano tentativo di modernizzarsi, le continue rivoluzioni del popolo impoverito.
Elena Greco e Raffaella Cerullo: non più personaggi, ma donne di oggi
L’iperrealismo ferrantiano non si ferma ai semplici fatti storici, ma esistono altri elementi, molto più complessi, che rappresentano il manifesto di questo movimento letterario fantasma. Lina e Lenù nascono in un rione trasandato, che porta con sé i segni tangibili della povertà, è schiavo della criminalità organizzata che detta le proprie leggi – infondo, dinanzi a un popolo intellettualmente fragile, comanda il più violento -, ma, a differenza degli altri personaggi, conservano una complessità emotiva e intellettuale. Ma questo non basta. L’una è il complementare dell’altra: se Lina è proposizione principale, Lenù è una subordinata. Se Lina è verbo volere, Lenù è verbo avere. Eppure, i ruoli non sono fissi: se Lina abbandona gli studi per forze esterne – continuando a coltivare la passione per la letteratura e la matematica -, Lenù continua indissolubile perché, per la prima volta, si è imposta concretamente al volere dei genitori. Elena è un personaggio continuamente vittima di conflitti interiori, direi che sia un personaggio fortemente sofocleo. Lina, per quanto misteriosa possa essere, è vittima di conflitti esteriori, che comprendono il matrimonio per interessi, i rapporti oscillanti con la plebe, con la maestra Oliviero e con il padre.
Insomma, Lenù incarna l’ansia costante della performance, il tentativo faticoso di legittimarsi attraverso lo studio e la scalata sociale, portando dentro di sé la sindrome dell’impostore e i conflitti interiori di chi vuole occupare uno spazio tradizionalmente negato. Lila, al contrario, rappresenta la resistenza indomita, il rifiuto radicale dei compromessi e delle etichette, la frammentazione e la genialità soffocata di chi non si lascia addomesticare dal sistema. In questo senso, Lina e Lenù sono le due metà di un unico specchio in cui la donna contemporanea può ancora riconoscersi: la sintesi perfetta tra il desiderio di emancipazione e la lotta feroce per non perdere se stesse. In questa stagione iperrealista non troveremo mai personaggi stereotipati o monolitici, ma esseri umani scritti su carta stampata.
Il rione e l’Italia: ieri, oggi e (forse) domani
Se il rione degli anni Cinquanta era fatto di fango, tufo e cortili polverosi delimitati da confini fisici, oggi l’Italia intera vive in un iper-rione virtuale e globalizzato. Il paesaggio è cambiato — i palazzi abusivi si sono trasformati in periferie urbane degradate o in desertificazioni sociali e lavorative —, ma le dinamiche strutturali fotografate dalla Ferrante sono più vive che mai.
L’Italia contemporanea, stretta tra la precarietà economica e il mito tossico dell’apparire a tutti i costi, continua a essere divisa tra chi detiene i codici del potere (i moderni “Airota”) e chi combatte per uscire da un sottoproletariato materiale o culturale che non offre ascensore sociale. Anche la lingua, oggi svuotata e massificata dai social network, ha smesso di essere uno strumento di emancipazione per diventare un codice di appartenenza tribale, proprio come il dialetto dei vecchi cortili. Quella che Elena Ferrante ci ha consegnato non è la cronaca di un mondo che non esiste più, ma la radiografia anticipata del nostro presente: un Paese che, nonostante gli schermi digitali e le ambizioni di modernità, continua disperatamente a cercare una via di fuga dal proprio passato.
