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La scelta di non trasmettere la finale in chiaro segna una frattura profonda con la tradizione collettiva del calcio vissuto da tutti.
La notizia è di quelle che segnano uno spartiacque, e non in senso positivo. Per la prima volta nella storia televisiva italiana, la finale di Champions League non sarà trasmessa in chiaro. Un colpo durissimo, quasi simbolico, a quel calcio “vero, popolare, di tutti” che ha accompagnato generazioni intere. Come ha scritto Peppe Iannicelli in un editoriale che è già un grido d’allarme, “un pomeriggio amaro che distrugge, in nome del vile profitto, un altro tassello della grande passione popolare”. La finale Champions PSG, dunque, diventa un privilegio per pochi. Un lusso per chi può permettersi un abbonamento costoso. Un rito sottratto alla collettività.
Il calcio che ci ha cresciuti
Chi è nato con il televisore in bianco e nero lo sa: il calcio non era solo sport, era un appuntamento di famiglia, un rito domestico. Il mercoledì di Coppa era un momento sacro, un frammento di mondo che entrava nelle case con immagini spesso nebbiose, ma cariche di magia. Peppe Iannicelli lo ricorda con parole che toccano corde profonde: “Ci siamo innamorati del calcio assistendo alle imprese di club leggendari come il Real Madrid, l’Ajax, il Nottingham Forest, la Steaua Bucarest”. E poi i ricordi personali, quelli che fanno la differenza: il padre appassionato, la madre che preparava salsiccia e broccoli, la famiglia riunita davanti allo schermo. Il calcio come collante, come geografia sentimentale, come finestra su città lontane che diventavano sogni.
Quando il calcio era di tutti
C’era poco calcio in tv. Ed era bellissimo. Pochi appuntamenti, attesi come feste. Pochi campioni, ma indimenticabili. Si discuteva per giorni di terzini olandesi volanti, di centrali tedeschi granitici, di ali spagnole estrose. Oggi, invece, il calcio è ovunque. Troppo. E spesso brutto. Una bulimia televisiva che lo svuota di significato e lo rende merce. E soprattutto, lo rende accessibile solo a chi può pagare. È qui che l’editoriale di Iannicelli colpisce più forte: “Il calcio precipita verso la rovina e chi lo governa sembra intento soltanto a cogliere gli ultimi profitti, a spremere fino in fondo una mammella ormai inesausta”. Una denuncia che non è nostalgia, ma lucidità.
Il paragone che fa male
Negli Stati Uniti, il Super Bowl è l’evento televisivo dell’anno. È in chiaro. È un rito collettivo. In Europa, invece, il calcio ha smarrito la sua dimensione popolare. Ha perso la capacità di unire. Ha ceduto alla logica del profitto immediato. E questa finale Champions PSG, blindata dietro un paywall, non entrerà mai nella memoria collettiva. Non diventerà racconto, mito, ricordo condiviso. Sarà un evento per pochi, e dunque un evento minore.
Conclusione: un’occasione perduta
La scelta di non trasmettere in chiaro la finale non è solo una decisione commerciale. È un errore culturale. È un tradimento del pubblico. È un passo ulteriore verso un calcio che non appartiene più a nessuno, se non a chi può permetterselo. E allora sì, questa volta il rammarico è grande. Perché non si sta togliendo solo una partita: si sta togliendo un pezzo di storia, di identità, di comunità.
