Ci sono incontri che il tempo non scolorisce. Tra i ricordi più vivi della mia vita c’è una lunga serata trascorsa con Francesco Guccini. Pensavo che avremmo parlato soprattutto di musica, di letteratura, di poesia. Invece, con mia sorpresa, la conversazione prese quasi subito la strada del calcio. Non fu una semplice chiacchierata tra tifosi. Fu una lezione di cultura, di estetica e di umanità. Capii ben presto che, per Guccini, il calcio era molto più di uno sport: era uno straordinario strumento per leggere la società, raccontare gli uomini e comprendere il proprio tempo.
Francesco Guccini amante dello sport
Molti conoscono Guccini come uno dei più grandi cantautori italiani. Non tutti sanno, però, che era un appassionato autentico di sport e di calcio in particolare. Una passione sincera, vissuta ben lontano dalle esasperazioni del tifo e, soprattutto, dalle logiche del business che negli ultimi decenni hanno progressivamente trasformato il calcio in un grande spettacolo televisivo. A lui interessava un altro calcio. Quello che apparteneva ancora alla gente, alle città, ai quartieri, alle domeniche trascorse sugli spalti o davanti alla radio. Un calcio che conservava un’anima popolare e che riusciva ancora a raccontare una comunità.
Uno sguardo diverso rivolto al calcio
Da artista osservava il gioco con uno sguardo diverso. Non si fermava al risultato, alla classifica o alle polemiche del giorno dopo. Cercava la bellezza di un gesto tecnico, l’armonia di un’azione costruita collettivamente, l’intelligenza di un passaggio che apriva il campo. Per lui un grande calciatore era, prima di tutto, un interprete della bellezza. Era affascinante ascoltarlo. Parlava di un dribbling come avrebbe parlato di una poesia, di un’azione corale come di una grande composizione musicale. In quel modo di raccontare il calcio emergeva tutta la sensibilità del poeta.
“Così si gioca solo in paradiso”
Naturalmente il suo cuore apparteneva al Bologna. Un amore nato ai tempi della straordinaria squadra allenata da Fulvio Bernardini, quella che fece innamorare un’intera generazione per il suo modo innovativo e spettacolare di stare in campo. Era il Bologna che ispirò una delle espressioni più belle della storia del calcio italiano: «Così si gioca solo in paradiso.» Per Guccini quella frase racchiudeva un’idea precisa di calcio: non soltanto vincere, ma farlo attraverso l’intelligenza, la tecnica, la fantasia e il gioco collettivo. Non era nostalgia. Era la convinzione che esistesse una bellezza capace di sopravvivere al passare del tempo. Ricordava con piacere che anche Lucio Dalla e Gianni Morandi condividevano quella passione. Quando gli impegni glielo permettevano, non perdevano occasione per seguire il loro Bologna. Tre artisti profondamente diversi tra loro, ma accomunati dall’amore per la propria città e per una squadra che sentivano parte della loro identità.
Non solo il Bologna
Ma sarebbe sbagliato pensare che il suo amore per il calcio si fermasse al Bologna. Guccini nutriva una profonda simpatia anche per il calcio di provincia, quello che resiste ai riflettori e continua a vivere grazie alla passione della propria gente. Per questo guardava con particolare affetto anche alla Pistoiese. In quella realtà vedeva sopravvivere un’idea di calcio ancora autentica, dove il rapporto tra squadra e territorio rimaneva saldo e dove il senso di appartenenza valeva più dei bilanci e delle televisioni. Fu proprio nel corso di quella conversazione che compresi come, per lui, il Bologna rappresentasse molto più di una squadra di calcio. Era il simbolo di una comunità. Era l’immagine di una società nella quale il talento individuale trovava il proprio significato soltanto all’interno di un progetto comune. Una squadra che impersonificava una rete sociale fatta di fiducia, solidarietà, collaborazione e responsabilità condivisa.
Squadra e arte
Mi colpì quanto questa idea coincidesse perfettamente con la sua concezione dell’arte. Per Guccini l’artista non era mai un individuo isolato, rinchiuso nella propria genialità o separato dal mondo. Era, al contrario, un soggetto attivo nel processo di cambiamento e di trasformazione sociale. Qualcuno capace di interpretare il proprio tempo, di dare voce agli ultimi, di custodire la memoria collettiva e, attraverso la cultura, contribuire alla crescita civile della comunità. In fondo, il Bologna di Bernardini rappresentava esattamente questo. Nessun protagonista assoluto, nessun culto dell’individualismo, ma un gruppo capace di costruire insieme qualcosa di bello. Una squadra nella quale ogni talento acquistava valore solo all’interno dell’armonia collettiva. Era impossibile non cogliere il filo che univa quella squadra alle sue canzoni. Anche nelle sue opere Guccini ha sempre raccontato uomini e donne dentro una storia comune, convinto che la cultura non dovesse limitarsi a descrivere il mondo, ma contribuire a cambiarlo.
Il piacere di ascoltarlo
Ascoltarlo era un privilegio. Ogni ricordo diventava una riflessione sulla storia d’Italia, sulla politica, sulla cultura popolare, sulla memoria. Il calcio era soltanto il punto di partenza. La meta era sempre l’uomo. Ripenso spesso a quella serata. Oggi il calcio è dominato dai diritti televisivi, dal marketing, dalla comunicazione esasperata e dalla ricerca dello spettacolo a ogni costo. Guccini, invece, continuava a cercare la poesia di un passaggio filtrante, l’eleganza di un’azione costruita pazientemente, la bellezza di una squadra che gioca come un’orchestra e non come la semplice somma di undici individualità. Mi ha insegnato che una partita può essere anche un fatto culturale, un’espressione della vita di una comunità e della sua memoria. Forse è per questo che, ogni volta che entro in uno stadio o mi siedo davanti a una partita, mi tornano in mente le sue parole. Non guardo soltanto il pallone. Cerco anch’io quella bellezza che lui sapeva riconoscere così bene.
Il ricordo più prezioso
È questo il ricordo più prezioso che mi ha lasciato Francesco Guccini. Non soltanto l’incontro con un grande cantautore, ma con un uomo che vedeva nel calcio una metafora della società e della vita. Un uomo che mi ha insegnato come la bellezza non nasca mai dall’individualismo, ma dalla capacità di costruire qualcosa insieme. Vale per una squadra di calcio. Vale per una canzone. E vale, soprattutto, per una comunità.
A cura di Raffaele Di Pasquale
