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SI STAVANO PREPARANDO E I COSIDDETTI GRANDI PAESI DEL CALCIO ERANO IN ALTRE FACCENDE AFFACCENDATI: IL NUOVO ORDINE MONDIALE DEL CALCIO È GIÀ COMINCIATO?
( Continuando il discorso di Rocco, da cui prendo in prestito alcuni concetti)
È una domanda che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata provocatoria. Oggi, invece, dopo quello che stiamo vedendo al Mondiale 2026, è diventata legittima.
Il Brasile che soffre fino all’ultimo contro il Giappone. Il Paraguay che elimina la Germania. Il Marocco che manda a casa l’Olanda. Il Congo che costringe l’Inghilterra a una partita durissima. Il Senegal che per tre minuti non elimina il Belgio. Gli Stati Uniti che confermano la loro crescita, mostrando organizzazione, intensità e una competitività ormai consolidata.
Non sono episodi isolati. Non sono favole. E non sono nemmeno sorprese per chi segue da vicino l’evoluzione del calcio internazionale.
Sono il segnale più evidente di un cambiamento profondo: la geografia del calcio mondiale è cambiata.
Quattro delle squadre qualificate agli ottavi di finale non appartengono all’Europa. È un dato che vale più di mille analisi, perché racconta un ribaltamento culturale prima ancora che sportivo. Per troppo tempo abbiamo continuato a descrivere il calcio come un dominio quasi esclusivo dell’Europa, con il Sudamerica unico interlocutore credibile. Oggi questa fotografia non basta più.
Le nazionali sudamericane continuano a competere alla pari con quelle europee e, quando il talento diventa determinante, spesso riescono anche a prevalere. Le rappresentative africane hanno raggiunto una maturità tecnica e tattica che non può più essere considerata una sorpresa. Le asiatiche avanzano con metodo, organizzazione e continuità. Anche il Nord America, guidato dagli Stati Uniti, sta accelerando il proprio percorso di crescita grazie a un modello di sviluppo sempre più moderno.
Il Mondiale 2026 sta assumendo il valore di un manifesto. Il calcio non è più un club privato dell’Europa: è diventato davvero globale.
Il Giappone è ormai un laboratorio di eccellenza. Il Marocco è una certezza. Il Senegal non rappresenta più un outsider, ma una realtà consolidata. Il Congo dimostra quanto enorme sia il potenziale di un continente che per decenni è stato giudicato quasi esclusivamente per le qualità atletiche dei suoi giocatori. Gli Stati Uniti rappresentano una delle nuove potenze emergenti, frutto di una programmazione che dura ormai da oltre un decennio.
Tutto questo non nasce per caso.
Dietro questi risultati non ci sono soltanto talento, crescita economica o sviluppo demografico. C’è soprattutto una scelta progettuale precisa.
Il Giappone ha costruito negli ultimi trent’anni uno dei sistemi di formazione più evoluti al mondo, investendo nella crescita degli allenatori, nelle accademie e in un’identità tecnica condivisa.
Il Marocco ha rivoluzionato il proprio calcio attraverso una profonda riorganizzazione federale e con la nascita del Centro Tecnico Mohammed VI, diventato uno dei poli di formazione più avanzati del continente africano.
Il Senegal ha intrapreso un percorso altrettanto virtuoso. Dopo il successo in Coppa d’Africa, la federazione ha continuato a investire nello sviluppo dei vivai, nella formazione degli allenatori e nel miglioramento delle infrastrutture. I risultati ottenuti dalle nazionali giovanili dimostrano che non si tratta della semplice esplosione di una generazione irripetibile, ma della costruzione di un sistema.
Anche la Repubblica Democratica del Congo sta cercando di colmare il divario con un progetto sempre più strutturato. La valorizzazione della diaspora, il rafforzamento dello scouting, la formazione dei tecnici locali e l’attenzione crescente verso il calcio giovanile stanno gettando le basi per una crescita che potrebbe diventare stabile negli anni.
Anche gli Stati Uniti stanno raccogliendo i frutti di una programmazione lungimirante. Il loro modello organizzativo integra accademie professionistiche, settore giovanile, università e calcio professionistico in un sistema sempre più coordinato. La MLS ha investito fortemente nella formazione dei giovani, nella crescita degli allenatori e nelle infrastrutture, riducendo progressivamente la dipendenza dai talenti formati all’estero. L’organizzazione del Mondiale 2026 rappresenta un ulteriore acceleratore di questo processo, destinato a rafforzare ulteriormente la competitività del calcio statunitense.
C’è poi un altro elemento che spesso passa inosservato.
L’allargamento del Mondiale a 48 squadre non ha semplicemente aumentato il numero delle partecipanti. Ha cambiato la mentalità di molte federazioni. Sapere che la qualificazione è diventata un obiettivo realistico ha spinto numerosi Paesi ad aumentare gli investimenti nella programmazione, nelle strutture e nella formazione. Il risultato è un aumento complessivo della competitività mondiale.
Il vero motore di questa rivoluzione, però, resta uno solo: la qualità della formazione.
I giovani talenti non crescono da soli. Dietro ogni calciatore che emerge esiste un allenatore preparato, una metodologia moderna, una federazione capace di programmare, una società che investe nella crescita delle persone prima ancora che degli atleti.
Ed è forse proprio questa la lezione più importante che il Mondiale 2026 ci sta consegnando: il futuro del calcio non appartiene più soltanto a chi ha una grande storia, ma soprattutto a chi costruisce ogni giorno il proprio domani con competenza, visione e organizzazione. Il nuovo ordine mondiale del calcio non è più un’ipotesi. È già iniziato.
A cura del prof, Raffaele Di Pasquale
