Il Primo Maggio a Roma è sempre lo stesso rito: palco enorme, musica alta, piazza piena.
E ogni anno la stessa domanda che rimbalza tra transenne e controlli: “Siamo sicuri?”
Una domanda che non riguarda solo il concertone, ma il Paese intero.
Quest’anno la sicurezza sembrava un personaggio aggiunto.
Più visibile degli artisti, più presente del pubblico.
Polizia ovunque, metal detector, zaini aperti, mani alzate.
Un concerto che inizia molto prima della musica, con la fila per dimostrare di non essere un pericolo.
La piazza canta, balla, si abbraccia.
Ma basta spostare lo sguardo di un metro per vedere l’altra scena:
gli agenti che osservano, le camionette parcheggiate, i controlli che non finiscono mai.
È come se il Paese avesse paura di se stesso.
Il Primo Maggio dovrebbe essere la festa del lavoro.
Invece è diventata la festa della precauzione.
Un giorno in cui celebriamo ciò che non abbiamo: sicurezza, stabilità, fiducia.
E allora ci aggrappiamo alla musica, perché almeno quella non chiede documenti.
La verità è che il concertone non è cambiato.
Siamo cambiati noi.
Viviamo con la sensazione che qualcosa possa sempre andare storto, anche quando non succede nulla.
E questa sensazione si infila ovunque: nei concerti, nelle piazze, nei treni, nelle scuole.
Il Primo Maggio finisce, le luci si spengono, la piazza si svuota.
Restano le transenne, i rifiuti, le camionette che ripartono piano.
E resta una domanda che nessuno fa ad alta voce:
quando è che abbiamo iniziato a festeggiare con la paura accanto?
Il resto — la musica, la folla, la voglia di normalità — resta, come sempre, fuori scena.
A cura di Marco Ciriello
