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Sette anni di scelte contraddittorie, rivoluzioni affrettate e identità smarrite hanno trasformato la Juventus in un laboratorio instabile, lontano dalla solidità che l’aveva resa un modello europeo.
Negli ultimi sette anni la Juventus ha attraversato una trasformazione profonda, spesso caotica, che ha minato certezze costruite in oltre un decennio di dominio. È stato un lungo viaggio attraverso errori strategici, rivoluzioni affrettate e un senso crescente di disorientamento.
Il momento simbolico della frattura può essere individuato nel 2018, quando la società decide di interrompere il ciclo di Massimiliano Allegri, reduce da cinque scudetti consecutivi e due finali di Champions. Una scelta che avrebbe potuto aprire un nuovo percorso, ma che si è trasformata in un susseguirsi di decisioni impulsive, cambi di rotta e progetti mai realmente consolidati.
L’arrivo di Maurizio Sarri rappresenta il primo segnale di incoerenza strategica. Un tecnico brillante, ma lontano anni luce dalla cultura Juventus. Il suo unico anno in bianconero, pur coronato da uno scudetto, è stato segnato da frizioni interne e un rapporto mai sbocciato con l’ambiente. La sua sostituzione con Andrea Pirlo, alla prima esperienza in panchina, ha confermato la tendenza a scelte più emotive che razionali. Due trofei non sono bastati a mascherare un’identità fragile e un percorso europeo deludente.
Dal ritorno di Allegri al caos societario
Il ritorno di Allegri nel 2021, dopo essere stato allontanato due anni prima, ha evidenziato ulteriormente la mancanza di una visione unitaria. Il tecnico è stato richiamato in un contesto profondamente mutato, con una rosa indebolita e un club travolto dalle vicende giudiziarie legate alle plusvalenze. In quel periodo, la Juventus ha smesso di essere un’azienda sportiva solida per trasformarsi in un organismo in costante emergenza, costretto a reagire più che a pianificare.
La stagione 2023-24, con l’arrivo di Cristiano Giuntoli, avrebbe dovuto segnare una ripartenza. Invece, la distanza tra dirigenza e panchina si è ampliata. Il mercato minimalista dell’estate e quello confuso di gennaio hanno alimentato tensioni interne, culminate con l’esonero di Allegri nonostante la vittoria della Coppa Italia. La Juventus ha così confermato una tendenza ormai cronica: cambiare rotta prima ancora di verificare se la strada intrapresa possa dare frutti.
L’anno successivo, con Thiago Motta in panchina, ha rappresentato l’ennesima rivoluzione. Via senatori e giovani promettenti, dentro profili costosi e non sempre funzionali. Il progetto tecnico, costruito più sull’idea di un calcio “moderno” che sulle reali esigenze della squadra, è crollato rapidamente. Eliminazioni premature, crolli clamorosi e un ambiente sempre più disorientato hanno portato all’ennesimo cambio: Igor Tudor, chiamato a raddrizzare la stagione e poi sostituito a sua volta.
Comolli, il mercato algoritmico e l’ennesima inversione di rotta
L’insediamento di Damien Comolli come uomo forte dell’area sportiva ha aggiunto un ulteriore livello di complessità. Il suo approccio algoritmico al mercato, privo però dell’esperienza necessaria per gestire un club di vertice, ha prodotto un’estate di operazioni discutibili e un’altra inversione di marcia in panchina, con l’arrivo di Luciano Spalletti. Un grande allenatore, certo, ma inserito in un contesto che continua a cambiare pelle ogni sei mesi.
Il risultato di questa lunga sequenza di scelte contraddittorie è una Juventus che fatica a riconoscersi. Una squadra costruita e smontata più volte, una dirigenza che alterna visioni opposte, una proprietà che sembra inseguire soluzioni rapide invece di costruire un progetto solido. La domanda che molti tifosi si pongono oggi è semplice: non sarebbe stato più saggio accettare un periodo di transizione, puntare sui giovani, costruire un’identità e un percorso sostenibile?
Forse sì. Perché la Juventus, più dei nomi e delle rivoluzioni, avrebbe avuto bisogno di una sola cosa: una direzione chiara. E la capacità di seguirla fino in fondo.
