Il cambiamento educativo spesso arriva prima delle istituzioni. Nasce nelle pratiche di chi, ogni giorno, osserva, sperimenta e cerca nuove forme per rendere l’apprendimento più autentico, profondo e significativo. Ma quando un cambiamento culturale diventa sufficientemente maturo, è inevitabile che finisca per irrompere anche nella didattica istituzionale. È ciò che sembra accadere oggi con l’enattivismo: le Indicazioni Nazionali 2025 rappresentano, in questa prospettiva, non un semplice aggiornamento metodologico, ma il segnale di un vero cambio di paradigma.
La Scuola e le Nuove Indicazioni 2025
Dalle pause attive alla proposta di ingresso alla letto-scrittura, emerge una direzione precisa: meno trasmissione, più esperienza; meno accumulo, più profondità; meno esecuzione, più partecipazione. Il soggetto non è più pensato semplicemente come una mente che riceve ed elabora informazioni, ma come un soggetto incarnato che apprende attraverso il corpo, la percezione, l’azione, la relazione e l’interazione con l’ambiente. È qui che l’istruttivismo e il cognitivismo, come paradigmi dominanti della didattica tradizionale, vengono progressivamente messi in discussione. Il gioco, l’esplorazione, la corporeità, la gradualità, la scoperta e la partecipazione non sono più elementi accessori dell’apprendimento: diventano condizioni attraverso cui il sapere prende forma. Ed è precisamente dentro questa trasformazione che la Giocologia può trovare il proprio spazio, non come semplice metodologia, ma come paradigma fenomenologico-enattivo capace di mettere in relazione corpo, percezione, gioco, azione e significato.
E IL CALCIO?
Ed è proprio qui che emerge una contraddizione interessante. Mentre la scuola e, più in generale, le scienze dell’educazione stanno progressivamente mettendo in discussione la separazione tra corpo e mente, tra percezione e azione, tra individuo e ambiente, tra conoscenza e esperienza, nel calcio continuiamo spesso a ragionare secondo una logica di separazione e frammentazione. Si continua a separare la tecnica dalla tattica, il gesto dalla percezione, l’esecuzione dalla decisione, la componente fisica da quella cognitiva, l’esercizio dal gioco. Si costruiscono situazioni nelle quali il giocatore deve prima imparare il gesto, poi applicarlo, poi eventualmente inserirlo in una situazione di gioco. Come se il calciatore potesse apprendere separatamente ciò che, nella realtà della partita, emerge invece simultaneamente e in modo indissolubile.
Ma se il paradigma sta cambiando in tutte le discipline, possiamo ancora pensare che il calcio debba rimanere ancorato alla frammentazione?
Il problema non è soltanto metodologico. È, prima ancora, epistemologico: che cosa pensiamo sia l’apprendimento nel calcio? Se consideriamo il giocatore come un esecutore che deve acquisire una serie di gesti e comportamenti prestabiliti, la frammentazione appare logica. Se invece lo consideriamo come un soggetto incarnato, percettivo, intenzionale e situato, che costruisce continuamente significati attraverso l’interazione con compagni, avversari, spazio, tempo e palla, allora la separazione perde gran parte del proprio significato. Il calcio, infatti, non accade per parti. Il giocatore non percepisce prima, decide poi, esegue infine. Non c’è prima il corpo e poi la mente, prima la tecnica e poi la tattica, prima la conoscenza e poi l’azione. Nel gioco questi processi emergono insieme, dentro una situazione concreta e irripetibile.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché continuiamo ad allenare separatamente ciò che nel gioco si manifesta come unità?
Se la didattica contemporanea sta riconoscendo sempre più il valore dell’esperienza, della corporeità, della relazione, della scoperta, dell’esplorazione e dell’interazione con l’ambiente, il calcio non dovrebbe limitarsi ad adeguarsi a questo cambiamento. Può, ancora una volta, anticiparlo. Non aspettare che una nuova metodologia o una nuova direttiva stabiliscano che gioco, percezione, errore, variabilità, decisione ed esplorazione sono centrali nell’apprendimento, ma riconoscerlo e sperimentarlo prima, nelle proprie pratiche quotidiane. Perché forse la vera innovazione nel calcio non consiste nel trovare un modo migliore per frammentare il gioco, ma nel comprendere finalmente che il gioco, per sua natura, non è frammentabile.
A cura di Raffaele Di Pasquale



