Immagine creata con IA
Fino a questo periodo sto facendo molta fatica a trovare lavoro e non è semplice dirlo, ma credo che chiedere una
mano sia un atto di coraggio e non di debolezza.
Dopo più di 20 anni di esperienza come tecnico e direttore in ambito audiovisivo e televisivo, sto cercando un’opportunità stabile e dignitosa.
Sono una persona seria, affidabile, abituata a lavorare sotto pressione e a gestire responsabilità tecniche e operative.
A volte basta una connessione giusta per rimettersi in piedi.
Grazie davvero tanto.
“Il calcio a pezzi: perché in Italia paghiamo tre volte la stessa passione”
In Italia il calcio non è più un rito popolare.
È diventato un labirinto. Un abbonamento per la Serie A, uno per la Champions, uno per l’Europa League, uno per la Coppa Italia, uno per la Nazionale. Sky, DAZN, Prime Video, Now, Mediaset, Rai.
Un mosaico di loghi che si sommano, non si sostituiscono.
Il risultato è semplice: il tifoso paga più piattaforme per vedere lo stesso sport.
E non perché il calcio sia migliorato, ma perché è stato spacchettato. Diviso. Venduto a pezzi come un mercato rionale, solo che qui non si tratta di frutta: si tratta della passione di un Paese intero.
Perché succede?
- Diritti TV frammentati — Ogni competizione viene venduta separatamente al miglior offerente. Non esiste un’unica piattaforma che compra tutto.
- Guerra tra broadcaster — Sky, DAZN, Prime e gli altri non collaborano: competono. E quando competono, il prezzo lo paga il pubblico.
- Modello di business sbilanciato — Le società vogliono massimizzare gli introiti, non semplificare la vita ai tifosi.
- Assenza di regolamentazione — In altri Paesi esistono limiti e paletti. Da noi no. Ognuno compra ciò che vuole, come vuole.
Il paradosso è che il calcio è l’unico sport che riesce a essere ovunque e allo stesso tempo inaccessibile.
Lo trovi in ogni bar, in ogni discussione, in ogni notifica. Ma quando vuoi guardarlo davvero, devi aprire il portafoglio. Più volte.
Il tifoso non è più tifoso: è cliente.
Il calcio italiano ha smesso di parlare alla gente.
Parla ai mercati, ai fondi, agli sponsor.
E il tifoso — quello che si alza alle 6 per andare a lavorare, quello che si compra la maglia una volta l’anno, quello che vive la partita come un pezzo di vita — è diventato un numero in un foglio Excel.
La passione non è più un diritto popolare.
È un servizio premium.
Il vero problema non è il prezzo: è il principio.
Pagare per vedere il calcio non è sbagliato.
Pagare tre volte per vedere la stessa cosa, sì.
Perché il calcio dovrebbe essere un linguaggio comune, non un lusso.
Dovrebbe unire, non dividere tra chi può permetterselo e chi no.
Dovrebbe essere un appuntamento, non una caccia al link giusto.
La domanda finale è semplice.
Quanto ancora può reggere un sistema che chiede sempre di più e restituisce sempre di meno?
Il calcio italiano è un gigante che vive sulle spalle dei tifosi.
E se i tifosi iniziano a stancarsi, il gigante crolla.
A cura di Marco Ciriello
