Chiariamo: non c’è nessuna contrarietà verso la cosiddetta “costruzione dal basso” (anche se già la definizione lascia qualche perplessità: semplicemente si gioca, scegliendo la soluzione più funzionale in relazione alla situazione).
La costruzione dal basso può essere efficace
La costruzione dal basso, quando nasce da un rapporto di forza favorevole e da una reale capacità tecnica dei giocatori, può essere un’arma estremamente efficace. Il punto critico non è il principio in sé, ma il fatto che negli ultimi anni rischi di trasformarsi in un ulteriore dogma. Come se un’azione fosse corretta solo quando parte necessariamente dal portiere o dalla linea difensiva. Il calcio, invece, non può essere ridotto all’applicazione rigida di un’idea. È soprattutto un continuo sentire dello spazio, del tempo e delle situazioni. I giocatori devono saper giocare in ogni zona del campo, compresa la prima costruzione. Questo non significa che ogni possesso debba essere obbligatoriamente elaborato dal basso. Un portiere abile con i piedi può certamente creare vantaggi: può attirare la pressione avversaria, modificare gli equilibri e generare nuove opportunità. Ma il vantaggio non nasce non solo dal coinvolgimento del portiere; nasce dalla capacità del giocatore e della squadra di riconoscere quali possibilità emergono dal contesto e quale soluzione permette di sfruttarle meglio.
Costruzione dal basso: una delle scelte tattiche
Se l’avversario porta una pressione alta e lascia campo alle spalle della prima linea di pressing, può essere più funzionale un passaggio che superi direttamente quella pressione, magari saltando una o più linee. Non è una rinuncia al gioco, ma un’altra forma di gioco: una scelta che permette di attaccare immediatamente uno spazio disponibile e creare condizioni favorevoli sulla base dei rapporti di forza che si determinano. La questione quindi non è costruzione dal basso contro palla lunga, né possesso contro verticalità. La vera qualità del gioco sta nella capacità di scegliere la soluzione più efficace in relazione a ciò che l’avversario concede. Un passaggio corto dal portiere può essere la scelta giusta se permette di attrarre avversari e liberare spazi; una giocata verticale può essere la scelta migliore se consente di superare una pressione e aprire nuove possibilità di sviluppo.
Da idea tattica ad automatismo
Il problema nasce quando un’idea tattica diventa un automatismo e sostituisce l’accoppiamento strutturale con il divenire della partita. Il giocatore enattivo non è colui che applica sempre la stessa soluzione, ma quello che sa riconoscere il momento in cui una determinata scelta genera un’opportunità più significativa rispetto alle alternative disponibili. Ed è proprio qui che emerge il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia: il giocatore non è un esecutore separato dall’ambiente, ma un soggetto che costruisce significato attraverso la relazione continua tra sé, compagni, avversari, spazio e tempo. L’agito intenzionale senza palla rappresenta una forma di conoscenza incarnata del gioco. Il giocatore non esegue semplicemente un movimento predefinito: percepisce, interpreta e modifica il contesto attraverso la propria azione. Il movimento senza palla diventa quindi un atto percettivo-intenzionale: prima ancora di correre, il giocatore legge possibilità e vincoli. Lo spazio non è un luogo vuoto da occupare, ma una relazione dinamica da creare. Ogni corsa produce informazioni: può attrarre un avversario, liberare una zona, creare una linea di passaggio, connettere compagni, alterare l’equilibrio del sistema.
L’intelligenza calcistica emerge così da un processo continuo:
percepire → interpretare → anticipare → agire → riadattarsi
Il giocatore evoluto non cerca soltanto il pallone, ma comprende che ogni sua azione, anche lontano dalla palla, può trasformare il gioco. Una corsa può essere un passaggio invisibile, un movimento può essere una forma di comunicazione, un’azione senza possesso può generare un vantaggio collettivo. In questa prospettiva, la costruzione dal basso deve essere una possibilità, non un obbligo. Il gioco non deve essere guidato dall’applicazione di un principio teorico valido a prescindere, ma dalla capacità dei giocatori di percepire e interpretare i rapporti di forza che emergono in ogni situazione. Il calcio non è solo ciò che si vede con la palla: è soprattutto la capacità di creare possibilità attraverso la relazione dinamica tra uomo, ambiente e gioco.
A cura di Raffaele Di Pasquale
