“Se saprai sorridere con chi sorride, piangere con chi soffre e saprai amare senza essere riamato, allora chi potrà contestarti il diritto di esigere una società migliore? Nessuno, perché tu stesso, con le tue mani, l’avresti creata!”
L’empatia
Già nel ‘400 il monaco cristiano Tommaso da Kempis, attraverso queste parole, anticipava un concetto oggi centrale nelle relazioni umane: l’empatia. Dal greco en-pathos, “sentire dentro”, l’empatia rappresenta la capacità di entrare in relazione con l’esperienza dell’altro, comprendendone emozioni, vissuti e significati.( Manila Scaramella). Prima ancora di diventare un concetto centrale della psicologia contemporanea, l’empatia è stata uno dei pilastri della fenomenologia, cioè di quella corrente filosofica che ha posto al centro l’esperienza vissuta della persona e la possibilità di comprendere l’altro non come un oggetto da osservare, ma come un soggetto con un proprio mondo interiore. Nella prospettiva fenomenologica l’empatia diventa quindi la via attraverso cui si riconosce l’alterità: non significa semplicemente provare compassione, ma avvicinarsi all’esperienza dell’altro rispettandone la profondità e l’unicità.
L’empatia come modo di stare nella relazione
Il filosofo italiano Aldo Masullo ha portato questo concetto verso una dimensione ancora più concreta, radicalizzandone il significato pratico e relazionale: l’empatia non come semplice capacità teorica di comprendere l’altro, ma come un modo di stare nella relazione, un esercizio quotidiano di responsabilità verso la persona che abbiamo davanti. Comprendere l’altro significa quindi assumere una posizione attiva, fatta di ascolto, attenzione e presenza. Questa visione assume un valore fondamentale nello sport giovanile e in particolare nel ruolo dell’allenatore di settore giovanile, soprattutto nella fase della prima formazione. L’allenatore, infatti, non è soltanto colui che insegna una tecnica, una tattica o un gesto sportivo, ma è una figura educativa che accompagna il ragazzo nella costruzione della propria identità.
L’allenatore e il giovane atleta
Un giovane atleta arriva al campo con le proprie emozioni, le proprie fragilità, le proprie aspettative e il bisogno di sentirsi riconosciuto. Per questo l’allenatore deve essere capace di andare oltre la prestazione, imparando a leggere ciò che si nasconde dietro un errore, una difficoltà o un momento di insicurezza. Un ragazzo che sbaglia non ha sempre bisogno di una critica immediata: spesso ha bisogno prima di sentirsi compreso. L’empatia emotiva diventa così uno strumento educativo essenziale. La sospensione del giudizio permette all’allenatore di creare un ambiente nel quale il giovane possa esprimersi senza paura di essere definito dal proprio errore. In questo contesto l’errore diventa parte del percorso di crescita e non una colpa da punire. Accanto alla sospensione del giudizio troviamo l’ascolto profondo. Un allenatore che ascolta realmente il proprio atleta dimostra interesse per la persona prima ancora che per il giocatore. Questa attenzione costruisce fiducia e permette al ragazzo di sentirsi accolto, sostenuto e motivato a migliorarsi.
La prima formazione sportiva
Nella prima formazione sportiva questo aspetto è decisivo: il giovane non impara solo a correre, giocare o collaborare, ma impara a conoscere sé stesso, a gestire le emozioni, a rispettare gli altri e a vivere il gruppo. L’allenatore diventa quindi un educatore capace di trasformare il campo in un luogo di crescita umana oltre che sportiva. Una squadra giovanile non è soltanto un insieme di atleti, ma una comunità nella quale ogni ragazzo deve sentirsi parte di qualcosa. L’empatia dell’allenatore rafforza il senso di appartenenza, favorisce relazioni autentiche e crea un clima positivo in cui ogni individuo può esprimere il proprio potenziale. Per questo la responsabilità dell’allenatore di settore giovanile è profonda: formare atleti significa prima di tutto formare persone. La vittoria più importante non è soltanto quella scritta sul risultato finale, ma quella di contribuire alla crescita di ragazzi capaci di comprendere sé stessi e gli altri. È proprio attraverso la pratica quotidiana dell’empatia — attraverso un ascolto, una parola, un gesto di attenzione — che l’allenatore può contribuire a costruire quella società migliore evocata da Tommaso da Kempis: una società nella quale la relazione con l’altro non nasce dal giudizio, ma dalla capacità di comprenderlo e riconoscerlo.
A cura di Raffaele Di Pasquale

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