La Lazio che esce dalla Coppa Italia per mano del Mantova non è una sorpresa, non è un incidente, non è una serata storta. È la rappresentazione plastica di un club che ha smarrito tutto: identità, ambizione, programmazione, rispetto verso sé stesso e verso la propria gente. Il Mantova di Ciccio Modesto si prende la gloria, scrive la storia, ma il vero terremoto è quello che scuote la Capitale calcistica, sponda biancoceleste, quella che negli ultimi anni vive in apnea. La Lazio finalista della scorsa edizione oggi è un guscio vuoto. L’Olimpico semi deserto, il silenzio pesante, la rassegnazione negli occhi dei tifosi: tutto racconta una verità che non si può più ignorare. I problemi non sono nati ieri sera. Sono figli di una gestione che ha perso contatto con la realtà, che ha smesso di ascoltare, che ha smesso di costruire.
La proprietà è distante, quasi ostile. La rottura con la tifoseria è totale, insanabile. Il mercato è un deserto che ogni estate si ripete uguale, con promesse evaporate e idee mai viste. La preparazione svolta a Formello sotto temperature roventi è stata il simbolo di una programmazione improvvisata, priva di visione, priva di logica. Il campo non mente: questa squadra è fragile, povera tecnicamente, priva di leadership, priva di fame.Gattuso è arrivato in mezzo alle macerie. Ha accettato una sfida che oggi richiede molto più del coraggio, richiede quasi incoscienza. E come sempre accade in Italia, il primo a essere messo sul banco degli imputati sarà lui. Ma qui non c’è tattica che tenga, non c’è filosofia che possa cambiare le cose. Nemmeno Guardiola potrebbe incidere con un organico così povero, con un parco attaccanti che definire mediocre è un favore, con un centrocampo che ha bisogno di molto più di una singola goccia chiamata Frattesi. Gattuso lo sa: potrebbe essere lui il primo a pagare per tutti, mentre altri continueranno a restare al loro posto.
Il presidente Lotito ha il dovere di parlare, di spiegare, di chiarire. La Lazio non può essere gestita come un club minore, non può essere lasciata in balia degli eventi, senza strategia, senza un progetto, senza una direzione chiara. Non c’entra nulla il suo impegno con la Reggina: le due realtà viaggiano su binari diversi. La tifoseria è esasperata, preoccupata, stanca. E mentre tutto brucia, Lotito è in vacanza a Cortina d’Ampezzo. Un’immagine che pesa, che ferisce, che racconta più di mille parole.
Magari arriveranno rinforzi all’ultimo minuto, come accadde al suo primo anno di gestione. Magari qualcosa cambierà. Ma ciò che spaventa è la mancanza totale di visione, di strategia, di un progetto che possa dare un senso al domani. La Lazio è un patrimonio della città di Roma, della Capitale, del calcio italiano. Non può essere trattata come un bene privato da gestire senza trasparenza. Serve rispetto. Serve chiarezza. Serve una direzione. Agli occhi di molti, questa squadra, ad oggi farebbe fatica a centrare la salvezza, visto il livello mediocre della rosa.
L’era Lotito è giunta ai titoli di coda. Andare avanti in questo modo significa prolungare volutamente l’agonia.
