Raffaele Di Pasquale ci parla della costruzione dal basso. Anche questa fase del gioco del calcio, secondo il professore, non può essere divisa dall’intero che costituisce il gioco del calcio stesso.
“CHI NON È CAPACE DI VEDERE L’INTERO NON È IN GRADO DI DISTINGUERE LE PARTI” Platone
Nemmeno la costruzione dal basso può essere separata dal tutto
Negli articoli precedenti abbiamo scritto che il giocatore non può essere frammentato e separato dal gioco, e che le due squadre non possono essere separate l’una dall’altra. Il tema che affronteremo oggi e questo: nemmeno la costruzione dal basso può essere separata dal tutto. Essa non è un principio, uno stile o una sequenza di passaggi. È una configurazione emergente che assume significato solo all’interno dei rapporti di forza globali e locali che caratterizzano quel particolare momento della partita. Come abbiamo detto, nei precedenti articoli abbiamo sviluppato due idee fondamentali. La prima: il giocatore non può essere separato dal gioco. La seconda: le due squadre non possono essere separate l’una dall’altra. Il gioco emerge infatti dall’interazione continua tra giocatori, compagni, avversari, spazio, tempo e obiettivi collettivi. Se accettiamo fino in fondo questa prospettiva, dobbiamo compiere un ulteriore passo. Anche la costruzione dal basso non può essere separata dal tutto. Può sembrare una provocazione. Ma è proprio così. Presa isolatamente, non esiste. Esistono soltanto squadre che, in determinati rapporti di forza, fanno emergere particolari modalità di costruzione.
I limiti della costruzione come modello
Molto spesso si parla della costruzione dal basso come se fosse una procedura. Come se esistesse una sequenza corretta da applicare. Questa visione rischia però di trasformare una possibilità del gioco in un modello rigido. Essa non è una struttura. È una relazione. Non è una soluzione. È una ricerca di soluzioni. Non è una forma da riprodurre. È una configurazione che emerge. Quando osserviamo una squadra che costruisce dal basso non stiamo osservando un meccanismo. Stiamo osservando un sistema vivente che tenta di modificare i rapporti di forza esistenti.
Il rischio di un nuovo riduzionismo
Esiste però un rischio che merita attenzione. Per molti anni il calcio è stato interpretato attraverso forme di riduzionismo che separavano la tecnica dal gioco, il gesto dalla situazione e il giocatore dalle relazioni che ne orientano l’azione. Oggi, in alcuni contesti, sembra emergere una forma diversa e più sofisticata dello stesso problema. La costruzione dal basso rischia talvolta di essere trasformata nel nuovo centro interpretativo del gioco. Come se comprenderla significasse comprendere il calcio. Come se il gioco potesse essere spiegato a partire da una sua particolare manifestazione. Ma la costruzione non coincide con il gioco. È una delle configurazioni che il gioco può far emergere. Separarla dal resto significa perdere nuovamente la natura sistemica del fenomeno.
La costruzione acquisisce significato soltanto dentro la totalità delle relazioni che la generano:
– i rapporti di forza globali;
– le configurazioni locali;
– le intenzioni dei contendenti;
– gli obiettivi collettivi;
– le affordance emergenti;
– l’evoluzione continua della partita.
Quando la costruzione viene trasformata in un fine anziché in una possibilità, il rischio è quello di sostituire un vecchio riduzionismo con un nuovo riduzionismo. Più evoluto. Più elegante. Più sofisticato. Ma sempre riduzionismo. Nella prospettiva fenomenologico-enattiva, la costruzione non occupa una posizione privilegiata rispetto alle altre manifestazioni del gioco. Non rappresenta il centro del sistema. È parte del sistema. E può essere compresa soltanto a partire dall’intero che la fa emergere come un sistema vivente che tenta di modificare a suo vantaggio i rapporti di forza esistenti
La costruzione emerge dai rapporti di forza
Dal punto di vista della Giocologia fenomenologico-enattiva, la costruzione dal basso non può essere compresa osservando soltanto la squadra in possesso. L’unità di analisi è sempre il sistema squadra-avversario. Ogni scelta di costruzione nasce infatti dalla relazione con l’organizzazione difensiva avversaria. La pressione avversaria. Le coperture. Le marcature. Le densità. Le distanze. Gli orientamenti corporei. Le intenzioni difensive. Tutto contribuisce a far emergere determinate possibilità e a renderne impossibili altre. La costruzione non viene eseguita. La costruzione emerge.
Costruire significa trasformare i rapporti di forza
L’obiettivo della costruzione non è far uscire il pallone. Questa è soltanto una possibile conseguenza. L’obiettivo reale è modificare i rapporti di forza esistenti. Ogni passaggio, ogni smarcamento, ogni conduzione, ogni attrazione della pressione, ogni fissazione dell’avversario. Produce una trasformazione del sistema. La costruzione diventa allora un processo continuo di ricerca di vantaggi: spaziali, temporali, numerici, relazionali. La squadra costruisce per trasformare il problema che l’avversario le sta ponendo.
La costruzione come fenomeno coopetitivo
Come ogni altro momento del calcio, anche la costruzione è governata dalla logica coopetitiva. La squadra in possesso coopera per creare possibilità. La squadra senza possesso coopera per eliminarle. Ogni soluzione offensiva genera una risposta difensiva. Ogni risposta difensiva genera nuove possibilità offensive. La costruzione non appartiene a una squadra. Nasce dall’interazione tra due collettivi che cercano simultaneamente di modificare i rapporti di forza. Per questo motivo non esiste una costruzione corretta in assoluto. Esiste una costruzione funzionale a quella specifica configurazione emergente.
Le configurazioni locali della costruzione
Quando osserviamo una costruzione dal basso non vediamo semplicemente una circolazione del pallone. Vediamo l’emergere continuo di configurazioni locali. 1vs1. 2vs1. 3vs2. 4vs3. Triangolazioni. Rombi dinamici. Linee di sostegno. Linee di pressione. Ogni configurazione genera nuove affordance. Genera nuove opportunità di azione, nuove minacce, nuove possibilità di trasformazione. La qualità della costruzione non dipende dalla riproduzione di una forma. Dipende dalla capacità dei giocatori di riconoscere e abitare queste affordance emergenti. La costruzione emerge dall’intera organizzazione relazionale che coinvolge:
– portiere;
– compagni;
– avversari;
– spazi;
– tempi;
– obiettivi.
Separare il portiere dalla configurazione significa perdere la comprensione del fenomeno. Così come separare il giocatore dal gioco. O separare una squadra dall’altra.
Le implicazioni per l’allenamento
Se la costruzione è un fenomeno emergente, non può essere insegnata attraverso la ripetizione di movimenti prestabiliti. Non si allena la costruzione. Si allenano i giocatori a riconoscere e trasformare rapporti di forza. L’allenatore non trasmette soluzioni. Progetta ambienti nei quali possano emergere problemi autentici. Problemi che richiedono:
– percezione;
– comprensione;
– decisione;
– adattamento;
– coordinazione collettiva.
L’obiettivo non è costruire giocatori che sappiano eseguire una costruzione. L’obiettivo è sviluppare giocatori capaci di far emergere costruzioni efficaci dentro situazioni sempre diverse.
Riassumendo
La costruzione dal basso non è una fase. Essa non è uno schema. Non è una procedura. Non è una filosofia. È una configurazione emergente del gioco. Nasce dall’interazione tra due squadre che cooperano internamente e si oppongono reciprocamente. Per questo motivo non può essere separata dal contesto che la genera. Così come il giocatore non può essere separato dal gioco. Così come le squadre non possono essere separate l’una dall’altra. La costruzione dal basso non è qualcosa che una squadra fa. È qualcosa che emerge nei rapporti di forza tra i contendenti. E cambia continuamente insieme al gioco.
Quindi,
1. Il giocatore è il gioco che prende forma attraverso una persona.
2. La partita è il gioco che prende forma attraverso la relazione tra due collettivi.
3. La costruzione dal basso è il gioco che prende forma attraverso particolari rapporti di forza tra i contendenti.
Sono tre livelli epistemologici stesso principio dell’intero indivisibile
A cura di Raffaele Di Pasquale
