Il bambino non è un atleta in miniatura, afferma il Prof. Raffaele Di Pasquale, ma un individuo che vive diverse fasi di crescita. Tutto ciò costituisce una sfida per i genitori in primis e per gli allenatori che si occupano di attività sportive infantili. Di seguito le riflessioni del professore.
Il bambino e lo sport: obiettivi primari apprendimento e socializzazione
“Parlando di sport, c’è da dire che il sistema attuale non aiuta i genitori, che oggi sono molto fragili.
Vanno guidati, non usati come bancomat. Le società dovrebbero fare riunioni pedagogiche serie, spiegando che l’obiettivo non è il gol in più, ma l’apprendimento e la socializzazione. Spesso queste riunioni non si fanno perché gli allenatori stessi non saprebbero cosa dire. Ci si fa scudo dietro il fatto di essere “volontari”, ma il volontariato non autorizza a danneggiare i bambini.”
L’agonismo può sfociare nel bullismo
“Il bullismo nei contesti del calcio giovanile è un problema serio che nasce proprio da queste tendenze di esasperazione agonistica. L’agonismo, parola che peraltro condivide la radice con “agonia”, non può essere applicato all’infanzia in questi termini. È pericoloso e non porta a nulla. Ho l’esempio di mio nipote che a 6 anni era stato quasi allontanato perché non mostrava interesse per le partite continue. Ora, giocando liberamente, sfida se stesso nel record di palleggi. Questo è il desiderio dei bambini: la sfida con se stessi e con il mezzo, non lo scontro agonistico precoce. “Un bambino deve andare al campo per imparare a stare con gli altri, per esprimersi e per acquisire una tecnica che gli permetta, un domani, di giocare davvero. Fare tornei competitivi a 6 anni non è sport, è una violazione delle tappe della crescita”.
Daniele Novara
“Daniele Novara è una figura particolarmente autorevole quando si parla di educazione, infanzia e gestione dei conflitti. È un consulente educativo, formatore e autore di numerosi libri dedicati ai temi dell’educazione familiare e scolastica. Ha fondato il Centro Psicopedagogico per l’Educazione e la Gestione dei Conflitti, uno dei principali centri italiani che si occupano di formazione pedagogica per insegnanti, genitori ed educatori. Il bambino non è un atleta in miniatura. Le riflessioni di Daniele Novara colpiscono un punto cruciale dello sport giovanile contemporaneo: la confusione tra educazione e prestazione.”
Il mondo dello sport infantile e categorie da età adulta
“Da molti anni il mondo dello sport infantile sembra aver adottato categorie che appartengono all’età adulta: risultato, selezione precoce, competizione esasperata, classifiche, valutazioni continue. In questo processo si dimentica un fatto essenziale: il bambino non è un atleta incompleto che deve prepararsi a diventare adulto.
È una persona che sta attraversando una specifica fase della propria crescita e che possiede bisogni evolutivi differenti. Quando Novara afferma che i genitori andrebbero guidati e non utilizzati come semplici finanziatori, individua una responsabilità educativa che troppo spesso le società sportive evitano di assumere. Educare significa anche aiutare gli adulti a comprendere cosa sia realmente utile allo sviluppo dei bambini. La cultura della vittoria precoce produce infatti una distorsione profonda: si finisce per considerare il gioco come un mezzo per ottenere risultati, quando nell’infanzia il gioco rappresenta già il fine principale dell’esperienza.”
L’apprendimento del bambino in ambito sportivo
“Dal punto di vista pedagogico, psicologico e persino neuroscientifico, il bambino apprende attraverso l’esplorazione, la scoperta, la ripetizione spontanea e la sperimentazione personale. Non cresce perché viene sottoposto precocemente a pressioni competitive, ma perché trova ambienti ricchi di opportunità in cui poter agire, sbagliare, provare e riprovare. L’esempio del bambino che trascorre il tempo sfidando se stesso nel numero di palleggi è particolarmente significativo. In quel gesto emerge una dimensione fondamentale dell’apprendimento umano: la motivazione intrinseca. Il bambino non sta giocando per vincere contro qualcuno. Sta giocando per migliorare una relazione tra sé e il compito.”
La soddisfazione nasce dal progresso personale, non dal confronto sociale.
“Le moderne teorie della cognizione incarnata e dell’enattivismo mostrano che l’apprendimento non consiste nell’assimilare istruzioni dall’esterno, ma nel costruire progressivamente nuove possibilità d’azione attraverso l’esperienza. Ogni bambino sviluppa competenze entrando in relazione con l’ambiente, con i compagni, con la palla e con il proprio corpo. In questa prospettiva il compito dell’allenatore non è produrre risultati immediati, ma progettare contesti nei quali possano emergere apprendimento, autonomia, creatività e piacere del gioco. Il vero successo di una scuola calcio non dovrebbe essere misurato dal numero di partite vinte a sei o sette anni, ma dal numero di bambini che a quindici o sedici anni continuano ancora a giocare con entusiasmo.”
L’agonismo precoce
“Quando l’agonismo invade precocemente l’infanzia si corre il rischio di sostituire il desiderio con l’obbligo, la scoperta con la prestazione, il gioco con il giudizio. E quando il giudizio diventa il centro dell’esperienza, il bambino smette di esplorare e inizia semplicemente a difendersi. Per questo il problema non riguarda soltanto la metodologia sportiva, ma una più ampia concezione dell’essere umano. Il bambino non va al campo per vincere. Va al campo per crescere. Se crescerà bene, avrà tutto il tempo per imparare anche a competere. Se invece gli chiediamo di competere prima di avergli consentito di crescere, rischiamo di perdere sia il giocatore sia il bambino.”
A cura di Raffaele Di Pasquale

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