«Maturità dell’uomo: ciò significa aver ritrovato la serietà che si aveva da piccoli nel gioco».
Con questa riflessione, contenuta nell’aforisma 94 di Al di là del bene e del male, Friedrich Nietzsche ci consegna un’idea profonda: crescere non significa perdere la dimensione del gioco, ma ritrovare quella capacità di viverlo con autenticità, intensità e partecipazione. Il bambino, quando gioca, fa qualcosa di straordinariamente serio. Non gioca per ottenere un risultato, per dimostrare il proprio valore o per soddisfare le aspettative degli altri. Gioca perché esplora, inventa, sperimenta. Nel gioco il bambino costruisce il proprio mondo, affronta problemi, prova soluzioni, cade e riparte. È proprio questa serietà del gioco che rappresenta il cuore dell’apprendimento.
«Maturità dell’uomo: ciò significa aver ritrovato la serietà che si aveva da piccoli nel gioco».
Con questa frase, Friedrich Nietzsche afferma che l’uomo maturo non è colui che ha smesso di giocare, ma colui che ha imparato nuovamente a giocare con la stessa intensità e dedizione del bambino. A prima vista sembra un paradosso. L’età adulta viene spesso associata alla responsabilità, alla razionalità, alla capacità di abbandonare le illusioni dell’infanzia. Il bambino, invece, sembra rappresentare l’opposto: il mondo della fantasia, della leggerezza, dell’assenza di preoccupazioni. Nietzsche ribalta completamente questa prospettiva. Per lui il bambino non è un essere ingenuo da superare, ma custodisce una forma di autenticità che l’adulto rischia di perdere.
Il bambino, quando gioca, è totalmente immerso in ciò che fa. Non gioca per ottenere un risultato, per essere approvato dagli altri o per raggiungere un vantaggio futuro. Il gioco è autotelico: è creazione, scoperta, presenza assoluta. In quel momento il bambino prende sul serio il proprio mondo immaginario: un bastone diventa una spada, una stanza diventa un regno, una semplice regola inventata diventa una legge fondamentale.
La “serietà” di Nietzsche
La “serietà” di cui parla Nietzsche è proprio questa: la capacità di dedicarsi completamente a qualcosa, di attribuirgli valore, di creare significati. L’adulto spesso perde questa disposizione perché viene schiacciato dall’abitudine, dal dovere, dal giudizio degli altri. Impara a fare molte cose, ma dimentica il piacere e la forza creativa del fare. Per Nietzsche la vera maturità non coincide quindi con il diventare freddi, prudenti o disillusi.
Non significa rinunciare all’immaginazione per aderire a un’esistenza puramente pratica. Al contrario, significa recuperare quella libertà interiore che permette di creare nuovi valori e di vivere senza essere semplicemente trascinati dalle aspettative della società.
Il bambino gioca e nel gioco costruisce un mondo.
L’uomo maturo, secondo Nietzsche, deve fare qualcosa di simile: deve diventare capace di creare la propria vita come un’opera d’arte. Non perché la vita sia un passatempo superficiale, ma perché ogni scelta, ogni progetto, ogni relazione possono diventare espressione di una forza creativa. Questa idea si lega al tema centrale della filosofia nietzscheana: il superamento dell’uomo vecchio, dominato da paure, conformismo e valori ricevuti passivamente.
L’individuo autentico non è colui che distrugge tutto per ribellione, ma colui che ha il coraggio di inventare nuove forme di esistenza. La frase di Nietzsche contiene dunque una lezione attuale: diventare adulti non dovrebbe significare perdere la capacità di meravigliarsi.
La maturità
La maturità non è l’opposto dell’infanzia, ma il suo compimento. L’uomo veramente maturo è colui che ha attraversato le difficoltà della vita senza lasciare morire quella parte di sé capace di entusiasmo, gioco e creazione.
Forse il senso più profondo dell’aforisma è proprio questo: la vita non va presa con superficialità, ma con la stessa intensità con cui un bambino prende sul serio il suo gioco. Perché giocare davvero significa creare, e creare significa affermare la propria libertà. La società contemporanea, invece, sembra chiedere ai bambini di essere performanti prima ancora di essere pronti a crescere.
Valore della persona e risultato
Fin dai primi anni, spesso, il valore della persona viene collegato al risultato ottenuto: una vittoria, un voto, una convocazione, una prestazione positiva. Anche nel calcio giovanile questo rischio è presente. La ricerca del risultato immediato può portare adulti e bambini a dimenticare la vera funzione dello sport nella fase della formazione: educare al gioco, sviluppare competenze, costruire relazioni e accompagnare il bambino nella scoperta di sé. Il calcio, soprattutto nelle prime fasce d’età, non dovrebbe essere un luogo dove si misura chi è già arrivato, ma uno spazio dove ogni bambino può imparare a diventare. Ed è proprio qui che l’errore assume un valore fondamentale. Il cervello del bambino cresce attraverso l’esperienza. La capacità di apprendere nasce dalla possibilità di esplorare, sperimentare, sbagliare e trovare nuove soluzioni. L’errore non rappresenta una deviazione dal percorso: è il percorso stesso. Per questo il principio “ERRO, ERGO SUM” — sbaglio, dunque sono — assume un significato profondamente educativo. Non significa celebrare l’errore in sé, ma riconoscerlo come una traccia del processo di crescita. Chi prova può sbagliare; chi non sbaglia mai spesso è semplicemente chi non ha ancora avuto il coraggio di sperimentare.
Nel calcio dei bambini l’errore è informazione.
Un passaggio sbagliato, una scelta non corretta, un controllo imperfetto, una difficoltà nel rapporto con il compagno o con l’avversario non sono fallimenti, ma occasioni per sviluppare intelligenza, autonomia e capacità di adattamento. Ogni errore racconta qualcosa: indica una domanda a cui il bambino sta cercando una risposta. Un giovane giocatore non cresce quando esegue sempre ciò che sa già fare, ma quando affronta situazioni nuove, prende decisioni, si confronta con l’imprevisto e impara dalle conseguenze delle proprie scelte.
L’allenatore
Il compito dell’allenatore nella prima formazione non è costruire piccoli adulti competitivi, ma accompagnare piccoli giocatori nella costruzione della propria identità. Un allenatore educativo non elimina l’errore: crea le condizioni perché il bambino possa attraversarlo senza paura. Non giudica soltanto la riuscita dell’azione, ma osserva il coraggio della scelta, il tentativo, la capacità di reagire dopo una difficoltà. La vera autostima sportiva nasce quando il bambino comprende che può migliorare senza dover dimostrare continuamente il proprio valore.
Una partita negativa, un errore tecnico o una sconfitta non definiscono chi è: sono semplicemente momenti di un percorso più grande.
Maturità sportiva e allenatore
La maturità sportiva, proprio come suggerisce Nietzsche, non consiste nell’abbandonare il gioco per diventare adulti, ma nel ritrovare nel gioco quella stessa serietà che avevamo da bambini. Significa imparare a vivere il calcio con impegno, passione e responsabilità, senza perdere la libertà di provare. Il ruolo dell’allenatore diventa quindi fondamentale: deve costruire ambienti dove il bambino si senta libero di esplorare, collaborare e prendere decisioni. Il calcio non è soltanto esecuzione di movimenti, ma relazione con gli altri, capacità di adattarsi all’imprevisto, possibilità di imparare nel gioco e apprendere dal gioco. Nella prima formazione il successo più grande non è solo vincere una partita, ma formare ragazzi capaci di affrontare le difficoltà, rispettare gli altri, assumersi responsabilità e continuare ad imparare. Perché il calcio più autentico non nasce dalla paura di sbagliare, ma dalla libertà di provare.
ERRO, ERGO SUM.
Sbaglio, dunque cresco.
A cura di Raffale Di Pasquale
