Giovanni Malagò si presenta come peggio non poteva alla guida della FIGC con una frase che pesa come un autogol : “Agnelli doveva fare lo stadio”. Una dichiarazione che non è solo imprecisa, ma il simbolo di una distanza siderale tra chi dovrebbe governare il calcio italiano e la realtà in cui viviamo. Perché la Juventus lo stadio l’ha fatto, lo ha inaugurato nel 2011, è stata la prima società del Paese a costruire un impianto moderno, di proprietà, sostenibile, capace di generare ricavi e identità. È stata un’apripista, non un freno. E sentirsi dire, nel 2026, che “doveva farlo” suona come una frase scollegata dal mondo che si dovrebbe amministrare.
Il paradosso è evidente: mentre in Europa gli stadi nascono, si rinnovano, si moltiplicano, in Italia ogni progetto diventa un Vietnam burocratico. Non è un caso se persino un colosso come il Milan di Berlusconi, pur senza uno stadio di proprietà, è riuscito a diventare una macchina perfetta, una squadra che ha dominato il mondo grazie a una gestione illuminata, a una visione industriale, a un modello che oggi sembra appartenere a un’altra epoca. Eppure, anche quel Milan, con tutta la sua forza politica ed economica, non è mai riuscito a mettere le mani su un impianto proprio. Non per mancanza di volontà, ma per un sistema che rende impossibile ciò che altrove è normale. E allora la domanda è inevitabile: come può il nuovo presidente della FIGC non conoscere la storia recente del calcio italiano? Come può non sapere che gli stadi non si fanno perché non te li fanno fare? Che ogni progetto si arena tra vincoli, ricorsi, sovrintendenze, comitati, enti locali, interessi incrociati? Che il problema non è Agnelli, non è Berlusconi, non sono i presidenti: il problema è un Paese che non ha mai voluto davvero modernizzare il proprio calcio.
La verità è che i nodi vengono al pettine quando chi arriva al vertice non ha piena consapevolezza del terreno che sta per calpestare. La frase di Malagò non è solo una gaffe: è la fotografia di un sistema che continua a guardare dalla parte sbagliata. Perché se oggi il calcio italiano è fermo, se arranca, se perde competitività, se non produce ricavi, se non attira investitori, se non costruisce impianti, la responsabilità non è dei club che “non fanno gli stadi”, ma di chi ha governato il movimento negli ultimi vent’anni senza una visione, senza un progetto, senza un piano industriale. Il calcio italiano non ha bisogno di slogan, né di amnesie selettive. Ha bisogno di verità. Ha bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di dire che gli stadi non si fanno perché il sistema non funziona. Che le società non possono essere lasciate sole. Che la burocrazia è un muro invalicabile. Che la politica sportiva ha fallito. E che prima di parlare di ciò che “si doveva fare”, sarebbe il caso di chiedersi chi non ha fatto ciò che doveva
