IL FILM
Se da una parte la sceneggiatura annaspa, dall’altra dobbiamo riconoscere il coraggio tecnico di un’operazione che, visivamente, ha molto da offrire.
Questo film possiede un apparato visivo che flirta con la meraviglia. Gli effetti speciali, quando si spogliano della frenesia fine a se stessa e si concentrano sulla matericità, raggiungono vette encomiabili. Il character design è un omaggio filologico: vedere i personaggi, che per anni abbiamo impugnato come semplici oggetti di plastica, prendere vita con una tale fedeltà anatomica e cromatica è un trionfo della nostalgia tecnologica.
La CGI costruisce mondi. Quando la macchina da presa si sofferma sui dettagli delle armature o sulle architetture aliene di Eternia, si percepisce l’intenzione di un’opera che vuole essere un tableau vivant.



Il problema rimane il Logos. Spesso la nostalgia è una trappola che ci spinge a cercare il passato nel presente, senza renderci conto che il tempo ha cambiato la nostra lente di ingrandimento. La sceneggiatura tenta di costruire un ponte tra due epoche, ma finisce per naufragare.
L’essenza di He-Man non è morta, ma la forma in cui ci viene riproposta fatica a trovare un linguaggio contemporaneo che non sia solo puro specchio tecnologico. Eppure, proprio quando il film sembra cedere sotto il peso della sua stessa struttura, arriva il salvagente: la colonna sonora. Il contributo di Brian May non è un semplice accompagnamento, è un contrappunto epico.
In conclusione, questo film è come un antico tempio che è stato restaurato con materiali moderni: splendente, impressionante nella sua fattura estetica, ma in cui l’eco dei riti antichi si è affievolito.
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