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Un viaggio dentro il sistema italiano degli allontanamenti: numeri, differenze territoriali e decisioni dei tribunali che cambiano il destino dei bambini.
La storia della famiglia nel bosco è diventata un caso nazionale perché tocca una paura collettiva: che lo Stato possa entrare nelle case e decidere chi è un “buon genitore”. Ma dietro quel casolare senza acqua né luce, dietro l’istruzione improvvisata e un ricovero per intossicazione da funghi, c’è un fenomeno che non nasce oggi e non si esaurisce in un titolo. È un sistema che nel 2023 ha riguardato 42.002 minorenni, un numero che da solo basterebbe a dire che non siamo davanti a un’eccezione, ma a una struttura.
Un Paese diviso su dove far crescere i bambini
La prima frattura è geografica. In Italia un minore può essere accolto in una famiglia affidataria oppure in una comunità. E la scelta non è neutra: racconta la cultura di un territorio, la forza dei servizi sociali, la disponibilità delle famiglie, la fiducia nelle istituzioni.
Nel 2023, 15.992 bambini sono stati affidati a un nucleo familiare; gli altri 26.010 sono entrati in comunità. Significa che, nonostante la retorica dell’accoglienza familiare, la maggior parte dei minorenni vive in strutture residenziali. E significa anche che l’affido, quello vero, quello che sposta un bambino da una casa a un’altra casa, è una misura più rara, più selettiva, più fragile.
Il tribunale come regola, non come eccezione
Tre affidi su quattro non nascono da un accordo con la famiglia, ma da un provvedimento del tribunale. È un dato che pesa: il 75% degli allontanamenti è deciso da un giudice, spesso dopo segnalazioni per trascuratezza grave, maltrattamenti, incapacità genitoriale, conflitti distruttivi.
In alcune regioni, come Basilicata, Calabria e Sicilia, la decisione giudiziaria sfiora il totale. Qui l’affido consensuale è quasi un miraggio. E questo dice molto sul rapporto tra famiglie, servizi sociali e istituzioni: dove la fiducia è bassa, l’intervento diventa più autoritativo.
Due modelli opposti: Nord e Sud
L’Italia degli affidi è spaccata in due. Al Nord prevale l’affido eterofamiliare: il bambino viene collocato in una famiglia senza legami parentali. È un modello più strutturato, più professionalizzato, più vicino alla logica dei servizi.
Al Centro-Sud, invece, domina l’affido intrafamiliare: nonni, zii, parenti. È un modello che punta sulla continuità affettiva, ma che spesso nasce anche dalla mancanza di famiglie disponibili e dalla diffidenza verso l’ingresso di estranei nella vita del minore.
Due filosofie, due Italie, due modi di intendere la protezione.
Chi sono i bambini che finiscono in affido
Non esiste un “profilo tipo”. L’affido attraversa tutte le età: dai neonati agli adolescenti, con una prevalenza proprio di questi ultimi, la fascia più complessa da gestire. Quasi un terzo dei minori ha tra i 15 e i 17 anni. E più di uno su dieci presenta una disabilità o un bisogno educativo speciale.
È un universo variegato, che richiede competenze, risorse, continuità. E che spesso si scontra con servizi sociali sovraccarichi e famiglie affidatarie lasciate sole.
Quando non c’è una famiglia, restano le comunità
Le comunità non sono un ripiego, ma un pezzo strutturale del sistema. In regioni come Liguria, Sardegna, Trento, Lombardia e Sicilia, il tasso di allontanamento è molto più alto della media. In altre, come Campania, Lazio, Bolzano e Veneto, è molto più basso.
Non è solo una questione di numeri: è una questione di modelli. Ci sono territori dove la comunità è la risposta principale, altri dove è l’ultima spiaggia.
L’effetto dei minori stranieri
Poi c’è un altro elemento che sposta gli equilibri: i minori stranieri non accompagnati. Nel 2023 sono stati 953 gli inserimenti in affido. In Basilicata rappresentano quasi la metà degli affidi totali. In Calabria appena l’1,3%.
In alcune regioni, dunque, l’affido è soprattutto accoglienza di ragazzi arrivati soli. In altre è quasi esclusivamente tutela giudiziaria.
