Foto Riccardo Piccirilli
Conoscete questa persona che ha un’espressione ironica, giocosa e un po’ maliziosa? E’ alquanto inquietante, vero? Chi immaginate possa essere? Un musicista? Un attore? Un poeta? Un personaggio uscito da un antico manoscritto miniato e precipitato per errore nel traffico di Napoli?
La verità è che ogni definizione risulta insufficiente. Pier Macchiè si racconta attraverso una sensazione. La stessa che ho provato osservandolo: quella di scoprire, in una città che credi di conoscere da sempre, una porta segreta rimasta invisibile fino a quel momento.
Viviamo nell’epoca delle identità semplificate e delle biografie ridotte a poche righe. Eppure esistono ancora persone che si ribellano a tutto questo semplicemente esistendo. Pier Macchiè, ovvero Pierangelo Fevola, appartiene a questa rara categoria.
Molti indossano un costume. Lui sembra aver cucito addosso alla propria anima un universo intero. Mi è tornata alla mente una riflessione di Pirandello: «La realtà non ci fu data e non c’è; dobbiamo farcela noi.» Pier Macchiè quella realtà l’ha costruita nota dopo nota, parola dopo parola, creando un linguaggio personale, un immaginario e un modo unico di stare al mondo.



Se la Commedia dell’Arte fosse arrivata intatta ai nostri giorni, probabilmente avrebbe scelto lui come erede. Non rappresenta il potere o l’astuzia, ma qualcosa di molto più raro: la fantasia ostinata. La volontà di continuare a immaginare in un tempo che spinge verso l’omologazione. Quando appare tra la gente non sembra un uomo travestito. Sembra una pagina sfuggita da un libro antico che corre su una ruota elettrica. Un menestrello precipitato nella contemporaneità con il suo alter ego Chiappariello. La magia sta nel fatto che la sua presenza arricchisce la realtà.
C’è un dettaglio che forse distingue Pier Macchiè da molte altre figure popolari nate a Napoli: la sua maschera non nasce dall’istinto soltanto, ma da una lunga educazione dello sguardo e dell’ascolto. Ha studiato il violino, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti, si è formato al Conservatorio approfondendo il mandolino, ha lavorato come posteggiatore e come autore per i suoi spettacoli teatrali di cui cura qualsiasi aspetto. Ha conosciuto il rigore dell’accademia e la disciplina dello studio, ma ha scelto deliberatamente la strada come luogo definitivo della propria espressione.
In questo senso il suo percorso appare quasi controcorrente. Molti artisti tentano di sottrarsi alla dimensione popolare per inseguire il riconoscimento istituzionale; lui ha compiuto il tragitto opposto. Dopo aver attraversato ambienti colti, aver viaggiato e osservato realtà diverse, ha deciso di tornare tra la gente, per scelta estetica ed esistenziale. La strada è diventata il suo teatro. E la strada non concede nulla. Bisogna conquistare ogni sguardo, ogni sorriso, ogni secondo di attenzione. Pier Macchiè riesce a fermare persone che corrono, che guardano il telefono, che pensano ad altro. Interrompe il flusso della distrazione contemporanea.

Pier Macchiè sognava di diventare ciò che Napoli ha sempre custodito con particolare affetto: una maschera cittadina, una presenza riconoscibile, una figura capace di sopravvivere al proprio tempo come accadde a personaggi popolari quali Fortunato Bisaccia (Furtunato ‘o tarallaro), Antonio Mellino (Austino ‘o pazzo), o Antonio Vespa (l’ultimo storico sciuscià chiamato da tutti Zi’ Tonino). Figure che non occupavano soltanto uno spazio urbano, ma un luogo nell’immaginazione collettiva. Ma alla fine Pierangelo, invece di diventare maschera… ha trovato se stesso nelle vesti di Pier Macchiè.
Con una differenza sostanziale: arriva a questa aspirazione portando con sé un bagaglio culturale insolito. È forse una delle maschere popolari più colte che Napoli abbia espresso. Legge, riflette, costruisce simboli, elabora una propria filosofia dell’esistenza. Persino il suo strumento, il “manviolino“, creato e progettato da lui come un ponte tra il mandolino e gli strumenti ad arco, racconta il desiderio di unire mondi diversi invece di separarli.
Per anni alcuni colleghi dei percorsi accademici guardarono con sospetto la sua scelta, quasi che la strada rappresentasse una sconfitta. Eppure la strada è il luogo più difficile.
Pier Macchiè vive d’arte, ma soprattutto vive dentro un’idea dell’arte che non si limita all’esecuzione musicale. È un pensatore travestito da menestrello, un filosofo che utilizza l’ironia come linguaggio e la meraviglia come strumento. Addirittura poeta e scrittore con il libro “Paranoia di un amore sublime” dove esorcizza con delle poesie la sua timidezza e la sua introversione.
Il suo celebre saluto, “‘A capocchia!”, racchiude una piccola filosofia popolare: trasforma la provocazione in simpatia e l’ironia in appartenenza. È quella capacità tutta napoletana di trasformare il quotidiano in teatro. La sua musica attraversa mondi diversi, da Bach agli Squallor, senza stabilire gerarchie. Unisce il colto e il popolare, il conservatorio e il vicolo, la tecnica e il sentimento.
Il suo percorso artistico è già denso di tappe significative come gli spettacoli teatrali dal titolo:
- Un pensiero felice per dopo
- L’artista ‘e strada
- Discordanze
- Natale in casa Chiappariello
- Un romantico piscione
Il suo orizzonte si apre ora a una duplice vocazione, vissuta come un’aspirazione profonda e necessaria:
- Il desiderio teatrale: L’ambizione di approdare stabilmente nei cartelloni dei teatri con la Compagnia degli Invisibili rappresenta il tentativo di elevare la propria poliedricità fatta di musica, parola e interpretazione, a una forma d’arte codificata. È la volontà di sottrarre il proprio messaggio alla fugacità della strada per consegnarlo alla sospensione temporale del palcoscenico, rendendo la performance un atto consapevole e strutturato.
- La visione cinematografica: Il sogno del grande schermo si delinea come un vero e proprio “atto di trasfigurazione”. Attraverso lo studio della regia e della recitazione, Pier Macchiè ambisce a innescare un colpo di scena nella percezione collettiva: superare il pregiudizio che relega l’artista di strada a una sola dimensione, per rivelare la complessità della “fiaba vivente” che egli incarna.
A tal proposito ha dichiarato: “Vorrei che mi facessero fare film. È questa la mia ambizione. Sto cercando di capire come studiare regia e recitazione, perché voglio fare qualcosa di mio anche a livello cinematografico… Ma già il solo fatto di capire come funziona il cinema, per me basta. Mi propongo con forza per il grande schermo: sento di avere molto da trasmettere e aspetto solo che qualcuno, finalmente, mi dia la possibilità di dimostrare chi sono e cosa posso fare”.
Napoli ha sempre avuto bisogno di figure capaci di trasformare la vita in racconto. Per questo Pier Macchiè appartiene pienamente alla grande commedia dei giorni nostri: quella che si svolge nei vicoli, nelle piazze e nei cuori di chi sa ancora stupirsi. Osservandolo ho capito una cosa: quando Pier Macchiè attraversa una strada non passa semplicemente un artista. Passa una domanda. Quanta fantasia serve ancora per restare umani? Guardandolo, ascoltandolo e conoscendolo, credo di aver trovato una risposta: tutta quella che siamo capaci di difendere. Perché uomini come Pier Macchiè non interpretano soltanto un personaggio. Difendono, ogni giorno, il diritto alla meraviglia.
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