"SAUDADE" - IL LIBRO DI NANDO VARRIALE
C’è un momento, nella traiettoria di ogni artista autentico, in cui la risata, quella costruita, calibrata, offerta al pubblico come un mestiere, si incrina e lascia filtrare qualcosa di più profondo. È lì che nasce la verità. È lì che, spesso, nasce la scrittura.
Con “Saudade”, Nando Varriale compie esattamente questo passaggio: dal tempo comico al tempo interiore. Una sua evoluzione. Perché chi ha attraversato trent’anni di palcoscenico, tra i riflettori di trasmissioni come Colorado, Zelig e Made in Sud, non smette di far ridere: semplicemente, impara a farlo anche con l’anima.


Varriale è sempre stato un’anomalia felice nel panorama comico italiano. Una comicità la sua “garbata”, quasi inglese, senza applauso facile ma richiedente attenzione, ascolto, complicità. Una comicità che, come lui stesso ama ironizzare, “a volte va spiegata”. Ma è proprio in questo scarto, in questa distanza tra battuta e comprensione, che si misura la finezza di un artista. Perché, come scriveva Henri Bergson, “il riso esige qualcosa come un’anestesia momentanea del cuore”: e Varriale, invece, il cuore non lo anestetizza mai.
Forse è anche per questo che la televisione, con i suoi cliché, le sue dinamiche spesso opache, gli è andata stretta. O forse, più semplicemente, perché dire ciò che si pensa, oggi, è ancora un atto rivoluzionario. In un sistema dove “chi non ha santi in paradiso” resta ai margini, Varriale ha scelto la strada più difficile: quella della coerenza. Pagandone il prezzo, certo. Ma conservando intatta una cosa rarissima: la dignità artistica. E poi c’è la vita. Quella vera. Tutto questo non è contorno: è sostanza. È materiale umano che, oggi, ritroviamo trasfigurato in “Saudade”.
Il libro, attualmente al centro di un ciclo di presentazioni che sta attraversando diversi contesti culturali e letterari, non è semplicemente un’opera narrativa. È un varco. Un passaggio aperto sulla Napoli degli anni Sessanta e Settanta, tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli e quei bassi che sapevano essere, nello stesso tempo, riparo e condanna. Una città attraversata da codici sociali rigidi, da pregiudizi radicati, ma anche da una straordinaria energia vitale, autentica e pulsante. È in questo scenario che prende forma il protagonista: un giovane sospeso tra innocenza e desiderio, tra inquietudine e scoperta, che si trova a vivere un sentimento inatteso e complesso, innamorandosi di una donna proibita. Un amore irregolare, imperfetto, profondamente umano, che diventa il filo conduttore di una vicenda capace di interrogare il lettore sui confini della passione, della libertà e del destino.
Ma ridurre Saudade a una storia d’amore sarebbe un errore. È piuttosto una meditazione sulla nostalgia, su quella parola intraducibile che i portoghesi hanno consegnato al mondo. “Saudade” è presenza dell’assenza. È memoria pulsante.
E Varriale, sorprendentemente, scrive come un uomo che ha sempre scritto. Alterna racconto e aforisma, leggerezza e ferita, con una naturalezza disarmante. Le sue pause “caffè”, fatte di battute fulminanti, quasi da cabaret, non interrompono la narrazione: la ossigenano. È teatro che si fa pagina. È pagina che conserva il ritmo del palco.
In questo senso, Varriale si avvicina più a certi autori “laterali” che ai narratori canonici. Viene in mente Fernando Pessoa, quando scriveva: “Non sono nulla. Non sarò mai nulla. Non posso voler essere nulla. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.” Ecco: Saudade è questo paradosso.
Un libro apparentemente piccolo, ma attraversato da un universo interiore vastissimo. E ancora, riecheggia Cesare Pavese: “Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola.” Varriale attraversa. Attraversa la sua Napoli, la sua memoria, la sua stessa identità di comico. E nel farlo, si espone. Si scopre. Si mette a rischio. È qui che emerge, con forza, la sua sensibilità. Non come tratto accessorio, ma come struttura portante. Perché solo chi è profondamente sensibile può permettersi di essere ironico senza essere cinico. Solo chi ha conosciuto davvero la malinconia può raccontarla senza retorica.

Saudade è, in definitiva, un atto di verità. E forse anche un atto di liberazione. Perché, come scriveva Marcel Proust, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. E Nando Varriale, con questo libro, ha cambiato sguardo. Senza smettere, mai, di farci sorridere. Anche quando, soprattutto quando, ci fa male.
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