Ci sono donne che attraversano la storia. E poi ci sono donne che decidono di sfidarla.
Souad Sbai appartiene alla seconda categoria.
Nel Mediterraneo del 2026, mentre l’Europa continua a interrogarsi sulle proprie frontiere, sulle proprie identità e sul significato stesso della libertà, Sbai ha scelto di stare nel punto più difficile: quello in cui le culture si incontrano, si scontrano e spesso si contraddicono.
È una voce che non cerca il consenso. Lo mette alla prova. Proprio come la grande Oriana Fallaci.
Per questo il paragone con Oriana Fallaci nasce quasi naturalmente. Non perché Souad Sbai sia una “copia” della grande giornalista italiana, ma perché ne condivide una qualità rara: il rifiuto dell’autocensura davanti alle questioni che dividono, scandalizzano o fanno paura.
Fallaci guardava il mondo dalla prospettiva di una giornalista che aveva conosciuto guerre, potere e rivoluzioni. Sbai lo guarda dalla frontiera mediterranea, da quella linea invisibile che separa e contemporaneamente unisce Europa e mondo arabo. La sua storia personale diventa così una lente attraverso cui leggere una delle grandi questioni del nostro tempo: che cosa accade quando libertà, religione, identità e diritti delle donne entrano in collisione?
È qui che la sua voce diventa politica, anche quando parla prima di tutto di libertà.
Sbai ha fatto della condizione femminile uno dei terreni centrali della propria battaglia. Ma il suo discorso non si limita alla difesa delle donne. Tocca il nervo scoperto dell’Occidente: la paura di giudicare, di nominare i problemi, di distinguere tra rispetto per le culture e rinuncia ai propri principi.
Ed è proprio su questo confine che il suo giornalismo assume un tono radicalmente mediterraneo.
Perché il Mediterraneo non è soltanto un mare. È una frontiera di civiltà, una memoria millenaria, una promessa e una contraddizione. È il luogo dove Roma incontra il Maghreb, dove l’Europa guarda verso sud e il sud guarda verso l’Europa. È anche il luogo in cui le donne pagano spesso il prezzo più alto delle battaglie sull’identità.
Souad Sbai entra in questo spazio senza chiedere permesso.
La sua forza sta nel trasformare la testimonianza in denuncia e la denuncia in domanda. Una domanda semplice e terribile: quanto siamo disposti a difendere davvero la libertà quando difenderla diventa scomodo?
È questa la ragione per cui, nel 2026, può essere considerata una sorta di nuova Oriana Fallaci del Mediterraneo: non per nostalgia, non per imitazione, ma per attitudine.
Una donna che sceglie la parola come arma civile.
Una donna che attraversa le due sponde del Mediterraneo e pretende che entrambe rispondano delle proprie contraddizioni.
Una donna che preferisce il rischio dell’impopolarità alla comodità del silenzio.
In un’epoca in cui il dibattito pubblico tende spesso a premiare la prudenza, Souad Sbai ha scelto l’esatto contrario: dire ciò che ritiene necessario dire, anche quando la frase divide la sala, anche quando il titolo farà discutere, anche quando la risposta sarà una valanga di accuse.
È forse questa, alla fine, la vera eredità del giornalismo combattivo: non avere sempre ragione, ma avere il coraggio di porre le domande che gli altri preferiscono evitare.
E nel Mediterraneo inquieto del 2026, quelle domande hanno ancora un nome.
Libertà.
E’ una voce che non intende abbassarsi
A cura della
Dott.ssa Francesca Corraro
Resp. DIPARTIMENTO INTEGRAZIONE E RAPPORTI CON LE COMUNITA’
LEGA SALVINI PREMIER Regione Puglia
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