La terra continua a tremare nel mondo. Dopo aver duramente colpito Venezuela e Colombia, adesso è l’Indonesia a dover fare i conti con un evento tellurico di notevole rilievo. Un sisma di magnitudo 7.7 è stato rilevato alle 5:58 (ora locale) dall’Agenzia Indonesiana di meteorologia, climatologia e geofisica (BMKG) nella parte orientale del Paese. Emesso anche un allarme tsunami per diverse province della regione, dal momento che la scossa – con epicentro al largo della costa di Flores – è avvenuta a una profondità di appena 15 chilometri.
Un terremoto dunque superficiale, con un bilancio in termini di danni purtroppo ancora tutto da aggiornare. Al momento si segnalano crolli e almeno 20 vittime, secondo gli ultimi aggiornamenti disponibili. Ma i dati sono ancora provvisori e, con il trascorrere delle ore, andrà aggiornata anche la triste e fredda contabilità dei dispersi. A rendere particolarmente difficili le operazioni di soccorso sono anche le numerose repliche, alcune delle quali di magnitudo superiore a 5.
L’arcipelago indonesiano è però tristemente abituato a terremoti di particolare violenza. Il Paese si trova infatti in una delle regioni tettonicamente più complesse e attive del pianeta, lungo il margine della cosiddetta “Cintura di Fuoco” del Pacifico, caratterizzata da intensa attività sismica e vulcanica. Dal Giappone sino alla Nuova Zelanda, le cronache si riempiono periodicamente di movimenti tellurici particolarmente intensi e capaci, nei casi più drammatici, di provocare conseguenze catastrofiche.
Il pensiero corre inevitabilmente al terremoto e allo tsunami del Tōhoku dell’11 marzo 2011, che provocarono anche il disastro nucleare di Fukushima, e al devastante terremoto dell’Oceano Indiano del 26 dicembre 2004, con il successivo tsunami di Santo Stefano che colpì duramente Banda Aceh e numerose altre località affacciate sull’Oceano Indiano. Due catastrofi ancora oggi ben presenti nella memoria collettiva.
