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Trasformismo della dittatura fascista: la chiave nascosta del totalitarismo mussoliniano
Il dibattito sul fascismo italiano continua a rinnovarsi ogni volta che uno sguardo storico riesce a scardinare letture consolidate. È ciò che accade nel lavoro di Carlo Ruta, che nell’intervista pubblicata su L’Antifascista propone una tesi tanto controintuitiva quanto fondata: il trasformismo della dittatura fascista non fu un elemento marginale né un tratto secondario, ma una delle condizioni che permisero al regime di nascere, consolidarsi e modellare lo Stato totalitario.
Ruta parte da un punto fermo: il fascismo non fu una parentesi, come voleva la lettura crociana, ma l’esito degenerativo di dinamiche già presenti nello Stato liberale. “Il trasformismo non solo convisse con il totalitarismo fascista ma ne fu una delle cause storiche” afferma lo storico, ricordando come le pratiche giolittiane e le spregiudicatezze crispine avessero già eroso la credibilità del sistema parlamentare.
Le origini trasformistiche del regime
Il fascismo, sostiene Ruta, nacque legalmente da due operazioni trasformistiche decisive. La prima fu il listone giolittiano del 1921, che introdusse in Parlamento una rappresentanza dello squadrismo mussoliniano. La seconda, ancora più significativa, fu il listone del 1924, con cui Mussolini integrò nel proprio blocco elettorale le componenti conservatrici del vecchio regime liberale, sostenuto dalla violenza delle Camicie nere. “Il vecchio trasformismo a quel punto aveva esaurita la sua funzione” osserva Ruta, perché il fascismo stava ormai costruendo un nuovo sistema di potere che non aveva più bisogno di mediazioni parlamentari.
Il regime plurale: un totalitarismo che assorbe
Uno dei passaggi più originali dell’analisi riguarda la natura del totalitarismo fascista. Ruta rifiuta l’idea di un regime monolitico e immobile: il fascismo fu totalitario proprio perché capace di essere plurale, inclusivo verso le élite e trasformista nella gestione del consenso. “A fare la forza paradigmatica del totalitarismo fascista fu proprio la sua connotazione plurale” spiega lo storico, sottolineando come il regime riuscì a mobilitare produttori, professionisti, intellettuali, burocrati, scienziati, artisti, fino a coinvolgere quasi tutti i ceti portanti del Paese.
Il giuramento imposto ai docenti universitari nel 1931 è emblematico: su 1.250 professori ordinari, solo una dozzina rifiutò. Non fu semplice sottomissione, ma un vero e proprio patto: il regime offriva mobilità sociale, incarichi, prebende, onorificenze, nomine senatoriali. Era il “grande gioco” del fascismo plurale, un sistema che premiava la fedeltà e inglobava competenze e prestigio.
Continuità e rotture: il nodo con lo Stato liberale
Il trasformismo della dittatura fascista non fu solo un metodo politico, ma un ponte tra due epoche. Ruta individua una continuità profonda tra il liberalismo giolittiano e il fascismo, soprattutto nell’uso extralegale della forza. “Un segnale utile è dato dall’uso extralegale della forza” ricorda lo storico, richiamando i mazzieri giolittiani e lo squadrismo fascista, che portò quei metodi a livelli esponenziali.
La vera saldatura, però, avvenne sul terreno del nazionalismo: dalle avventure coloniali di Depretis e Crispi alla guerra di Libia voluta da Giolitti, fino alle frustrazioni della “vittoria mutilata”. Il fascismo intercettò e radicalizzò questo clima, trasformandolo in ideologia di massa.
Fascismo e nazismo: un confronto necessario
Ruta insiste anche sulla distinzione tra fascismo e nazismo, spesso appiattiti in un unico paradigma. Il fascismo fu capace di compattare i ceti chiave del Paese; il nazismo, al contrario, li divise attraverso persecuzioni sistematiche. “Il fascismo era a-ideologico mentre il regime hitleriano si manifestava come una concrezione ideologica borderline” afferma lo storico, sottolineando come il razzismo e l’arianesimo fossero elementi costitutivi del nazismo, non del fascismo delle origini.
Un’eredità che parla al presente
Il libro di Ruta non si ferma al 1945. Il trasformismo, avverte lo storico, non è scomparso con la caduta della Repubblica Sociale. “Si è presentato nel dopoguerra in forma più o meno mimetica” e oggi ritorna come una delle patologie più pericolose delle democrazie liberali, alimentato da populismi, revisionismi e nazionalismi radicali.
Riaprire il dibattito sul Novecento non è dunque un esercizio accademico, ma un atto civile: serve a fornire strumenti critici alle cittadine e ai cittadini in un’epoca segnata da rigurgiti negazionisti e sovranisti.

Grazie Anastasia. Una recensione molto interessante.
Molte Grazie Sig.ra Giovanna! La nostra Vice Direttrice Anastasia è davvero appassionata…Grazie e buon proseguimento da Alessandro
Grazie, signora Giovanna.