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UN UMILE CONTRIBUTO OLTRE E ALTRO ALLA LOGICA DEL RISULTATO
Quando l’intransigenza è una cattiva consigliera: il caso Bielsa e il confine sottile tra idea e ostinazione
Parlare di Marcelo Bielsa significa confrontarsi con una figura che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno profondo nel calcio contemporaneo. Non è in discussione il ruolo che ha avuto nell’evoluzione del pensiero calcistico internazionale: il suo modo di intendere il gioco, la centralità del lavoro quotidiano, la ricerca ossessiva dei dettagli e la capacità di influenzare generazioni di allenatori sono elementi difficili da negare.
Bielsa è stato un maestro per molti. Ha contribuito a cambiare la percezione dell’allenatore come semplice gestore di uomini, trasformandolo in un costruttore di idee, di identità e di cultura calcistica. Il suo nome è legato a una filosofia precisa, riconoscibile, quasi una scuola di pensiero.
Eppure, proprio perché la sua grandezza è evidente, vale la pena andare oltre la critica più immediata che spesso gli viene rivolta: quella legata ai risultati. Molti lo giudicano soprattutto attraverso vittorie e sconfitte, trofei conquistati o mancati, classifiche e piazzamenti. Io credo invece che la riflessione debba partire da un altro punto: dall’intransigenza.
Perché nel calcio, come nella vita, una grande idea rischia di diventare un limite quando non riesce più ad adattarsi alla realtà.
Il punto non è avere principi. Anzi, senza principi un allenatore rischia di diventare soltanto un amministratore di emergenze. Il problema nasce quando il principio diventa più importante del contesto, quando il metodo non tiene più conto degli uomini che lo devono interpretare.
Pensare di poter applicare lo stesso modello ovunque, indipendentemente dalla storia del club, dalla cultura dell’ambiente e soprattutto dalle caratteristiche dei giocatori a disposizione, è una convinzione molto affascinante ma anche profondamente rischiosa.
Il calcio non è un laboratorio astratto. È fatto di persone, di caratteristiche tecniche, di sensibilità diverse. Ci sono giocatori che hanno bisogno di libertà, altri di struttura; alcuni che crescono dentro regole rigide, altri che rendono meglio quando possono improvvisare. Un allenatore deve avere una visione, certo, ma deve anche possedere la capacità di leggere ciò che ha davanti.
Altrimenti il confine tra coerenza e cocciutaggine diventa molto sottile.
La grandezza di un allenatore non dovrebbe essere soltanto imporre la propria idea, ma anche riuscire a trasformarla in qualcosa di funzionale alla realtà che incontra. I migliori nella storia hanno avuto un’identità fortissima, ma hanno saputo modificarne alcune forme senza tradirne la sostanza.
L’intransigenza può essere una forza quando protegge una filosofia. Diventa invece una debolezza quando impedisce di vedere ciò che accade intorno.
Bielsa rappresenta forse il caso più evidente di questa contraddizione: un uomo capace di ispirare un’intera generazione di tecnici, ma anche un allenatore che spesso sembra chiedere alla realtà di adeguarsi alla sua idea invece di cercare un punto di equilibrio.
Ed è proprio qui che nasce la riflessione controcorrente: forse il problema non è che Bielsa abbia sbagliato ad avere una visione. Il problema è che una visione, per restare viva, deve anche saper dialogare con il mondo.
Nel calcio moderno, dove cambiano continuamente contesti, giocatori e ambienti, la capacità di adattarsi non è un tradimento dei propri valori. È forse la forma più alta di intelligenza.
Perché avere una grande idea è un dono. Ma sapere quando modificarla è ciò che distingue un grande pensatore da un uomo semplicemente prigioniero delle proprie convinzioni.L’intransigenza cieca: quando la fermezza diventa una prigione
L’intransigenza può nascere da una convinzione forte, dalla difesa di un principio, dalla volontà di non tradire i propri valori. In questa forma può persino rappresentare una qualità: la capacità di resistere alle pressioni, di mantenere una direzione, di perseguire un obiettivo con determinazione.
Ma esiste un confine sottile oltre il quale la fermezza smette di essere una virtù e diventa un limite. È il momento in cui l’intransigenza non protegge più un’idea, ma impedisce il confronto con la realtà.
L’intransigenza cieca è pericolosa perché elimina il dialogo e la comprensione reciproca: trasforma la differenza di opinioni in uno scontro tra identità. Chi non accetta più la possibilità di mettere in discussione le proprie convinzioni rischia di trasformare ogni confronto in una minaccia personale. A quel punto non si difende più un pensiero, ma il proprio ego.
Come ha osservato il filosofo austriaco Karl Popper, una società aperta si fonda sulla possibilità di sottoporre le proprie idee alla critica e al confronto. La convinzione di possedere una verità definitiva porta invece verso una chiusura che impedisce l’evoluzione.
Il problema dell’intransigenza è proprio questo: rifiutare il dubbio. Eppure il dubbio non è necessariamente debolezza; spesso è il punto di partenza della crescita. Chi è disposto a interrogarsi dimostra una sicurezza più profonda rispetto a chi deve difendere continuamente le proprie certezze.
Da questo punto di vista, la rigidità non è sempre sinonimo di forza. A volte è il contrario: è un modo per proteggersi dall’incertezza. Le convinzioni assolute e gli schemi mentali rigidi offrono una sensazione di stabilità, perché evitano il disagio di confrontarsi con ciò che non conosciamo o che mette in discussione la nostra visione del mondo.
La vera apertura al dialogo nasce invece dalla fiducia nelle proprie capacità. Chi ha una solida sicurezza interiore può ascoltare opinioni diverse senza viverle come un attacco. Chi teme che le proprie convinzioni siano fragili può percepire il confronto come un pericolo e reagire irrigidendosi.
In questo senso l’intransigenza può diventare una sorta di armatura: apparentemente comunica forza e determinazione, ma spesso nasconde la paura di scoprire che la realtà è più complessa di quanto si vorrebbe ammettere.
Il filosofo Hans-Georg Gadamer ha sottolineato il valore dell’incontro tra prospettive diverse: comprendere l’altro non significa necessariamente rinunciare alle proprie idee, ma riconoscere che ogni punto di vista è situato e parziale. Il dialogo autentico non nasce dalla vittoria di una posizione sull’altra, ma dalla capacità di ampliare la propria comprensione.
Quando invece prevale la logica dell’intransigenza, il confronto diventa una gara: deve esserci un vincitore e uno sconfitto. Ma questa dinamica raramente produce soluzioni durature, perché lascia dietro di sé risentimento e distanza.
La flessibilità non significa mancanza di principi. Significa avere la maturità di distinguere ciò che è davvero essenziale da ciò che può essere rivisto. La realtà cambia, le persone cambiano, i contesti cambi…chi non accetta questa trasformazione rischia di rimanere fedele non tanto ai propri valori, quanto alle proprie rigidità.
Forse la vera forza non sta nel non cambiare mai idea, ma nella capacità di cambiare quando le ragioni lo richiedono. Perché una convinzione che non accetta mai il confronto rischia di trasformarsi da punto di riferimento a gabbia.
A cura del Prof, Raffaele Di Pasquale
