Museo Ustica. Fonte: Wikipedia
Quasi mezzo secolo dalla strage, l’Italia attende ancora chiarezza su responsabilità, omissioni e silenzi che hanno segnato una delle vicende più oscure della Repubblica.
( A cura di Francesco Montanino)
A quarantasei anni dalla strage di Ustica, l’Italia continua a convivere con una delle sue pagine più oscure. È un enigma che resiste al tempo e che, anno dopo anno, rinnova il dolore dei familiari delle vittime. Resta anche l’amarezza di un Paese che non ha mai ottenuto una verità piena.
Il 27 giugno 1980, in un tranquillo pomeriggio d’inizio estate, il volo civile Bologna‑Palermo scomparve dai radar pochi secondi prima delle 21. Il DC‑9 aveva appena iniziato la discesa verso Punta Raisi. Ottantuno persone persero la vita. Nessuna di loro ha ancora avuto giustizia.
Un mistero nato nel cuore della Guerra Fredda
Il contesto storico in cui maturò la tragedia era segnato da tensioni internazionali, ombre di intelligence e un clima politico interno attraversato dagli anni di piombo. In quel cielo del Tirreno, secondo la ricostruzione del giudice istruttore Rosario Priore, si sarebbe consumata una vera e propria “guerra aerea”, un episodio militare non dichiarato nel quale il DC‑9 si trovò coinvolto suo malgrado.
Le prime ipotesi parlarono di cedimento strutturale, poi di un ordigno a bordo. Entrambe vennero progressivamente escluse. Le indagini aprirono scenari più complessi: collisione in volo, esplosione di un missile, presenza di velivoli militari appartenenti a Paesi della NATO e di un MIG libico che avrebbe volato sotto la traccia radar del DC‑9 per sfuggire all’individuazione.
Il “bandit” e il mistero del MIG libico
Secondo diverse ricostruzioni investigative, quella sera i radar militari individuarono un caccia libico come “intruso” nello spazio aereo.
Da quel momento sarebbe iniziata una caccia che coinvolse più velivoli militari. I resti del MIG vennero ritrovati tre settimane dopo sulle montagne della Sila, ma l’autopsia sul pilota rivelò uno stato di decomposizione incompatibile con la data ufficiale del ritrovamento. Un dettaglio che aprì nuovi interrogativi e alimentò sospetti di manipolazioni e depistaggi.
La ricostruzione di Priore e la verità che manca
Nella sua istruttoria, Priore sostenne che il DC‑9 fosse stato abbattuto nel corso di un’azione militare. Una tesi che ha segnato profondamente la storia giudiziaria del caso, pur senza riuscire a definire responsabilità e dinamica con la chiarezza che i familiari delle vittime attendono da quasi mezzo secolo.
Quel che resta certo è il numero delle vite spezzate: ottantuno. E una verità che, ancora oggi, non è stata pienamente riconosciuta.
Depistaggi, silenzi e l’82ª vittima: la credibilità delle istituzioni
Tra omissioni, documenti mancanti, testimonianze contraddittorie e inquietanti vuoti di memoria, la strage di Ustica è diventata il simbolo di un muro di gomma contro cui si sono infranti magistrati, giornalisti e investigatori. Un muro raccontato magistralmente da Marco Risi nel film Il muro di gomma, ispirato alle inchieste del compianto Andrea Purgatori.
Molti osservatori hanno definito la credibilità delle istituzioni l’82ª vittima di questa vicenda. Una ferita che continua a sanguinare, perché ogni depistaggio accertato ha allontanato il Paese dalla verità e ha reso più difficile ricostruire ciò che accadde realmente nei cieli del Tirreno.
Una domanda che attraversa i decenni
A distanza di 46 anni, i familiari delle vittime continuano a chiedere ciò che dovrebbe essere un diritto elementare: sapere. Sapere cosa successe, chi prese parte a quell’azione, chi decise di tacere, chi contribuì a insabbiare.
La strage di Ustica non è solo un caso giudiziario irrisolto. È una ferita civile, una pagina sospesa della storia repubblicana, un monito sulla fragilità della verità quando si scontra con la ragion di Stato.
La memoria di quella sera del 27 giugno 1980 continua a chiedere giustizia. E continuerà a farlo finché la verità non sarà finalmente restituita a chi l’attende da troppo tempo.
