Foto: Napoli Network
Il calcio italiano continua a interrogarsi sul suo rapporto irrisolto con i giovani. Si parla spesso di talenti non valorizzati, di occasioni perse, di crescita rallentata, di troppi stranieri che tolgono il posto ai nostri giovani. Tante, troppe parole che da tempo ormai lasciano il tempo che trovano. Nonostante tutto, osservando da vicino alcune storie recenti, emerge un problema ancora più profondo: non solo i giovani vengono trattati diversamente sul campo, ma anche — e soprattutto — nel racconto mediatico che li accompagna. Le vicende di Pio Esposito e Vergara rappresentano due facce della stessa medaglia, purtroppo con esiti narrativi completamente opposti.
Il modello Milano: il tempo come alleato
A Milano, sponda Inter, Pio Esposito incarna il modello virtuoso che piace al racconto calcistico nazionale. Giovane, promettente, mandato più volte in prestito in Serie B per “farsi le ossa”, crescere lontano dai riflettori e tornare solo quando pronto. Quest’anno il rientro, qualche buona prestazione, segnali evidenti di crescita. Immediatamente il racconto cambia tono: Esposito diventa “il talento che avanza”, simbolo di una società lungimirante che ha saputo aspettare, credere e proteggere. Con lui viene celebrata anche l’Inter, esempio di progettualità e pazienza. Con lui il tono diventa di entusiasmo ed esaltazione, ergendolo a rappresentanza di una ritrovata speranza verso il futuro calcistico italiano.
Vergara e Napoli: il talento come emergenza
A Napoli la storia prende una piega completamente diversa, il discorso si fa cupo e polemico. Vergara gioca partite di altissimo livello, addirittura in Champions League contro i campioni del mondo. Non contro avversari qualunque, non in contesti marginali. Prestazioni solide, personalità, qualità evidenti. Eppure il contesto cambia tutto: Vergara non emerge perché “è arrivato il suo momento”, ma perché il Napoli è falcidiato da infortuni continui. E qui il racconto si ribalta: invece di essere celebrato come il nuovo che avanza, come un giovane già forte e pronto, Vergara diventa il simbolo di un disastro, di un Napoli disattento e spendaccione simbolo di un’Italia incapace di valorizzare i propri figli.
Vergara e la narrazione del fallimento
Il punto cruciale non è solo a livello tecnico, ma mediatico. A Napoli, Vergara non viene raccontato come una risorsa, ma come una necessità forzata, non dando il giusto risalto ad un nuovo talento in sé piuttosto innesca un meccanismo pretestuoso per l’ennesima polemica. Non come una scoperta, ma come una toppa. Il messaggio che passa è sottile ma devastante: se gioca un giovane, è perché non c’è alternativa. Se sbaglia, conferma il caos. Se fa bene, è quasi un’eccezione che non assolve il sistema. Così Vergara finisce per incarnare, ingiustamente, il simbolo dell’incapacità italiana, ma in particolare napoletana.
Vergara e il problema del calcio italiano
Il problema del calcio italiano esiste davvero: pochi giovani valorizzati, poco coraggio, troppa diffidenza. Ma ciò che emerge con forza è come lo stesso problema venga raccontato in modo opposto a seconda della piazza. A Milano la crescita è progettualità, a Napoli è emergenza. A Milano il giovane è un investimento, a Napoli è un rischio imposto. Non è vittimismo, è cronaca. È osservazione di come lo stesso messaggio — “gioca un giovane” — possa essere mediato in maniera diametralmente opposta. Un problema tipico di un Paese incapace da sempre di rinnovarsi vien contestualizzato e ridimensionato, ridotto, un problema che ha portato il calcio italiano al tracollo visto come un problema di pochi e non di tutti.
Vergara come specchio, non come alibi
Vergara non è un alibi, né una giustificazione. È uno specchio. Mostra quanto il racconto conti quasi quanto il campo, quanto la percezione possa cambiare il giudizio. Se davvero si vuole riflettere sul futuro del calcio italiano, bisogna partire anche da qui: dal modo in cui si raccontano i giovani, dal peso delle piazze, dal doppio standard mediatico. Perché senza un cambiamento culturale, prima ancora che tecnico, il talento continuerà a essere giudicato non per ciò che vale, ma per dove nasce e dove gioca. Vergara è arrivato troppo tardi probabilmente nel calcio che conta, ma sarebbe ipocrita pensare che la storia del talento napoletano fosse episodica…piuttosto che questi esempi facciano da base per nuovi ed approfonditi ragionamenti sulla nostra mentalità e soprattutto sulla mentalità di chi ci guida, dal calcio alla società passando per il mondo lavorativo. Proteggere il vecchio ma valorizzare il nuovo che avanza, questo fa un Paese civile, senza distinzioni e racconti pretestuosi ed ipocriti.
