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Se il campo parla, lui fa rumore. Gianni Infantino, capintesta FIFA, ieri ha ironizzato sull’assenza dell’Italia al mondiale, sfoggiando ben poco stile, visto il ruolo che ricopre. Ma soprattutto molto meno tatto per se stesso e per la sua famiglia di Italiani, sebbene emigrati all’estero. Non mi sorprende, il capoccia mondiale del calcio – che non a caso è tutto miele e sorrisi con Donald Trump – nutre manie di grandezza. Queste farebbero impallidire perfino un vecchio despota come l’ex presidente Blatter, che di nome non fa certamente Modestino. E da chi, senza il minimo ritegno, concepisce una pacchianata come un mondiale a 48 squadre non ti puoi aspettare l’Oxford style. Manco se si picca di essere cittadino della Svizzera verde, come la cantava De Gregori. Si sa come andrà a finire, Abodi e forse Malagò (se sarà eletto) protesteranno vibratamente (si spera). Infantino dirà di essere stato frainteso o che il suo era uno scherzoso auspicio e pappa e ciccia come prima. L’unica sarebbe votare apertamente contro di lui quando si ricandiderà, ma noi Italiani in simili frangenti più della sfida aperta amiamo la diplomazia maneggiona.
Il Sogno Americano 2, il campo
Diplomatico sul campo si è rivelato il pari tra Canada e Bosnia (1-1). I padroni di casa hanno patito non poco la grinta dei bosniaci, che ancora una volta – nonostante Bajraktarevic in ombra e Alajbegovic subentrato solo a gara inoltrata – hanno dimostrato quanto sia stato stupido sottovalutarli come fecero Di Marco e soci prima di rimetterci le penne, con nostra somma vergogna. Solo nella ripresa le ‘giubbe rosse’, tenute in linea di galleggiamento da Koné (che merita tutt’altra vetrina che il Sassuolo) dopo il gol avversario di Lukic, hanno trovato il cuore (più che la tecnica) per rimettersi in pari. Il ct canadese Marsch per un’ora ha puntato sul David sbagliato (Jonathan) prima di imbroccare quello giusto (Promise), che ha innescato il pari di Larin.
Molto più avvincente il match col quale gli USA hanno schiantato il friabile Paraguay (4-1). Mauricio Pochettino, tecnico a stelle e strisce, da calciatore era soprannominato “lo sceriffo”, ma ieri sembrava il generale Custer alla carica col settimo cavalleggeri (prima di Little Big Horn…). Nelle praterie paraguagie hanno scorrazzato le nostre vecchie conoscenze McKennie e Pulisic, perfino la meteora milanista Sergiño Dest ha scavallato come non mai, con le spalle ben coperte in mediana dal duo Adams-Tillman. Ma a rubare l’occhio più di tutti è stato Balogun, centravanti che, al netto di una doppietta, è rapido ed anche tecnico, il suo secondo sigillo è una perla incastonata bella precisa nell’incrocio dei pali. Sarà soddisfatto Trump, magari questo lo distraesse da ben altri pensieri. Non ci mettiamo la speranza, ma queste sono le sole battaglie che gli lasceremmo fare.
A cura dell’Avv. Alfonso Esposito
