Gianni Infantino può avere mille difetti, può piacere o irritare, può essere considerato un presidente discutibile, ma stavolta ha centrato il bersaglio. La sua frase – «Con 64 squadre forse si qualificherebbe l’Italia. Magari dovremmo arrivare a 128…» – non è una provocazione gratuita. È uno schiaffo. Uno di quelli che bruciano perché dicono la verità. E chi oggi si sente offeso è semplicemente un ipocrita.
Infantino non ha insultato l’Italia. Ha fotografato il nostro fallimento.
Un fallimento che ha un nome e un cognome: FIGC.
Un fallimento che ha una responsabilità politica: il nostro sistema sportivo.
Un fallimento che ha una conseguenza evidente: anche questo Mondiale lo guarderemo sotto l’ombrellone, mentre le altre nazioni giocano, crescono, competono.
Il punto è semplice: se l’Italia non riesce a qualificarsi nemmeno con un Mondiale allargato, il problema non è Infantino. Il problema siamo noi. È la nostra struttura, il nostro movimento, la nostra incapacità di programmare. È un calcio che vive di nostalgia, che si autoassolve, che si racconta favole mentre il resto del mondo corre.
Infantino ha detto quello che molti pensano, nulla di più.
E non è un caso che, invece di aprire un dibattito serio, ci si sia concentrati sull’offesa, sulla forma, sulla frase. La solita strategia: parlare del dito per non guardare la luna.
La FIGC dovrebbe preoccuparsi di come far rinascere un movimento che brucia i talenti, che non investe nei settori giovanili, che non ha una visione. E invece cosa succede? Che a breve il nuovo presidente sarà uno tra Abete e Malagò. Tradotto: continuità. Immobilismo. La conferma che non si vuole cambiare nulla. Che il sistema preferisce riciclare se stesso piuttosto che riformarsi.
E il ministro dello sport Andrea Abodi? Anche lui, invece di indignarsi per la frase di Infantino, dovrebbe chiedersi perché siamo arrivati a questo punto. Perché un Paese con la nostra storia calcistica è diventato uno spettatore. Perché il Mondiale, per noi, è diventato un evento da commentare e non da giocare.
La verità è che Infantino non ha mancato di rispetto all’Italia. Ha mancato di rispetto alla nostra presunzione e incompetenza. Ha ricordato che non siamo più quelli che crediamo di essere. Che il mondo non ci aspetta. Che il calcio non vive di ricordi.
Oggi riportare l’Italia dove merita è pura utopia.
Non perché manchino i giocatori, ma perché manca la cultura sportiva.
Non perché manchino le risorse, ma perché manca la volontà di cambiare.
Non perché manchi il talento, ma perché manca il coraggio.
Infantino ha acceso un faro. Noi possiamo spegnerlo indignandoci, oppure possiamo guardarci allo specchio e iniziare a lavorare. Ma finché continueremo a difendere l’indifendibile, a riciclare dirigenti, a vivere di alibi, il Mondiale resterà un miraggio.
E allora sì, forse serviranno davvero 128 squadre.
Non per farci qualificare.
Ma per ricordarci quanto siamo caduti in basso.

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