La sentenza con cui la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 14 anni e 9 mesi per il gioielliere cuneese Mario Roggero continua a dividere l’opinione pubblica. Come spesso accade nei casi che coinvolgono la legittima difesa, il dibattito si è rapidamente trasferito dalle aule dei tribunali ai social network e alla politica. Da una parte c’è chi invoca un provvedimento di clemenza nei confronti dell’imprenditore, dall’altra chi ritiene che la decisione della magistratura rappresenti la corretta applicazione del diritto.
Il caso Roggero: il rapporto tra lo Stato e i cittadini.
Al di là delle diverse posizioni sul piano giuridico, il caso pone una questione che va ben oltre la responsabilità penale del singolo: il rapporto tra lo Stato e i cittadini. Secondo la ricostruzione processuale, il 28 aprile 2021 Roggero subì l’ennesima rapina nel proprio negozio. Non era un episodio isolato, ma la quarta aggressione in pochi anni. Al termine di quei drammatici momenti, quando i rapinatori stavano ormai fuggendo, il gioielliere sparò, uccidendone due e ferendone un terzo. Su quella condotta si è pronunciata la magistratura, e la sentenza definitiva stabilisce che essa non rientrava nei limiti della legittima difesa. La pronuncia della Cassazione, tuttavia, non esaurisce il problema.
Il contratto sociale
Rimane infatti una domanda di natura politica e sociale: come si arriva al punto in cui un cittadino, vittima di ripetute rapine, ritiene di dover reagire personalmente? È qui che entra in gioco il concetto di contratto sociale. Da Thomas Hobbes in poi, lo Stato moderno trova la propria legittimazione nell’assicurare ai cittadini sicurezza e ordine pubblico. In cambio del rispetto delle leggi e del pagamento delle imposte, il cittadino rinuncia all’esercizio autonomo della forza, confidando che sia l’autorità pubblica a proteggerlo. Quando questa fiducia viene meno, il patto si incrina. Naturalmente ciò non significa che ogni reazione privata sia giustificata né che la legge possa essere sostituita dalla vendetta. Significa però interrogarsi sulle ragioni profonde che alimentano un crescente senso di insicurezza. Se un commerciante subisce più rapine nell’arco della propria attività e arriva a perdere il controllo dopo anni di paura, è inevitabile chiedersi se il sistema abbia funzionato come avrebbe dovuto. Il punto, quindi, non è stabilire se la sentenza sia corretta dal punto di vista giuridico. Su questo si sono pronunciati tre gradi di giudizio. Il punto è capire se lo Stato abbia assolto pienamente al proprio compito di prevenire che una situazione del genere si verificasse.
È una domanda che riguarda tutti.
Negli ultimi anni il tema della sicurezza è diventato centrale nel dibattito pubblico. Rapine, aggressioni, violenze e reati predatori alimentano una percezione di vulnerabilità diffusa, tanto nelle grandi città quanto nei centri più piccoli. A questa realtà si aggiungono difficoltà economiche ormai strutturali: salari stagnanti, crescita modesta, servizi pubblici spesso in affanno e un persistente divario territoriale. In questo contesto si inserisce anche la gestione dei flussi migratori. Un Paese che fatica a creare opportunità per i propri cittadini difficilmente riesce a garantire percorsi efficaci di integrazione per chi arriva dall’estero. Quando mancano lavoro, formazione linguistica e inclusione sociale, aumentano inevitabilmente le tensioni e il rischio di conflitti tra fasce sociali fragili. Il problema, quindi, non è l’immigrazione in sé, ma la capacità dello Stato di governarla in modo efficace e sostenibile.
Un malessere più ampio
Il caso Roggero, in fondo, rappresenta il sintomo di un malessere più ampio. La questione non riguarda soltanto la legittima difesa, ma la fiducia nelle istituzioni. Perché uno Stato realmente forte non è quello che interviene soltanto dopo che il sangue è stato versato. È quello che riesce a impedire che situazioni simili si verifichino. Ed è proprio questa la domanda che dovrebbe accompagnare il dibattito pubblico: il contratto sociale su cui si fonda la nostra convivenza è ancora saldo oppure mostra crepe sempre più profonde? Da questa risposta dipende anche il futuro che lasceremo ai nostri figli. Un Paese in cui la sicurezza, la giustizia e le opportunità continuano a rappresentare valori concreti è un Paese nel quale vale la pena costruire il proprio domani. Se invece la fiducia nelle istituzioni continua a deteriorarsi, il rischio è che sempre più persone scelgano di cercare altrove quelle condizioni che ritengono ormai difficili da trovare in Italia.
A cura di Francesco Montanino
