Cosa c’è davvero dietro il fenomeno che sta cambiando il modo di parlare di peso, fame e alimentazione
Per anni abbiamo cercato la dieta perfetta. Abbiamo eliminato carboidrati, contato calorie, pesato ogni alimento, provato digiuni, detox e programmi che promettevano di farci perdere peso rapidamente. Oggi, però, la rivoluzione sembra arrivare da un’altra direzione: non più soltanto dalla dieta, ma dalla farmacologia e dalla capacità di intervenire sui meccanismi biologici che regolano fame, sazietà, glicemia e metabolismo.
Ozempic, Wegovy, Mounjaro e, sempre più spesso, parole come “GLP-1”, “tirzepatide”, “peptidi” e “nuove molecole dimagranti” sono entrate nel linguaggio quotidiano. Sui social vediamo trasformazioni sorprendenti, persone che raccontano di aver perso molti chili in pochi mesi e, parallelamente, un mercato sempre più grande di prodotti che promettono risultati simili.
Ma proprio mentre assistiamo a questa rivoluzione, credo sia necessario fermarsi e fare una domanda.
Stiamo finalmente imparando a trattare l’obesità come una malattia complessa oppure stiamo semplicemente sostituendo la vecchia cultura della dieta con una nuova corsa al peso perfetto?
La risposta, come spesso accade quando parliamo di salute, non è un semplice sì o no.
Ozempic non è semplicemente una “puntura per dimagrire”
Partiamo da una distinzione fondamentale, perché già qui nasce una delle principali confusioni.
Ozempic contiene semaglutide, un farmaco appartenente alla classe degli agonisti del recettore GLP-1 ed è autorizzato per il trattamento degli adulti con diabete mellito di tipo 2, insieme alla dieta e all’attività fisica.
La stessa molecola, la semaglutide, è contenuta anche in Wegovy, autorizzato per la gestione del peso, in associazione a dieta ipocalorica e aumento dell’attività fisica, in determinate persone con obesità oppure con sovrappeso associato a condizioni correlate al peso.
Questa distinzione è tutt’altro che un dettaglio.
La stessa molecola non significa automaticamente stessa indicazione, stesso dosaggio, stesso percorso terapeutico o stesso paziente.
Ed è proprio questo uno dei concetti che rischia maggiormente di perdersi quando la medicina viene raccontata attraverso i social.
Ma come funzionano realmente i farmaci GLP-1?
Per capire perché queste terapie abbiano avuto un impatto così importante dobbiamo parlare di fisiologia.
Il GLP-1 è un ormone prodotto naturalmente dal nostro organismo che partecipa alla regolazione della glicemia e dell’appetito. I farmaci che ne imitano l’azione possono aumentare il senso di sazietà, ridurre l’appetito, rallentare lo svuotamento gastrico e contribuire a migliorare il controllo della glicemia.
Il risultato, quindi, non consiste semplicemente nel “bruciare più grasso”.
Uno degli effetti più importanti riguarda proprio la regolazione della fame.
Per alcune persone che vivono con obesità, questo cambiamento può essere estremamente significativo. Non significa necessariamente che improvvisamente abbiano trovato la forza di volontà che prima mancava loro: significa che uno dei sistemi biologici che regolano appetito e sazietà viene modificato farmacologicamente.
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui questi farmaci hanno rappresentato un cambiamento importante nel trattamento dell’obesità.
Non stiamo semplicemente parlando di una nuova dieta.
Stiamo parlando di farmaci che intervengono su meccanismi biologici.
Non c’è solo Ozempic: è arrivata la tirzepatide
Nel frattempo la ricerca ha fatto un ulteriore passo avanti.
Mounjaro contiene tirzepatide, una molecola che agisce sia sul recettore GLP-1 sia sul recettore GIP. È autorizzato anche per la gestione del peso in determinate condizioni cliniche.
Questa caratteristica lo rende diverso dai farmaci che agiscono esclusivamente sul sistema GLP-1.
Gli studi sulla tirzepatide hanno mostrato una notevole efficacia nella riduzione del peso corporeo e nel miglioramento di diversi parametri metabolici; per questo la molecola è diventata rapidamente una delle protagoniste della nuova farmacologia dell’obesità.
Ma anche qui vale la stessa regola:
un farmaco efficace non è automaticamente un farmaco adatto a tutti.
La prescrizione deve partire da una valutazione clinica.
E adesso arrivano i nuovi “peptidi”
Ed è proprio qui che il linguaggio dei social diventa particolarmente pericoloso.
La parola peptide sembra quasi essere diventata sinonimo di prodotto dimagrante innovativo, ma non è così.
Un peptide è, in termini molto semplici, una piccola catena di aminoacidi. Nel campo farmacologico esistono molecole peptidiche studiate con rigorosi studi clinici e sottoposte a processi regolatori molto complessi. Ma online la stessa parola viene utilizzata per indicare prodotti estremamente diversi tra loro.
Alcuni sono farmaci autorizzati.
Alcuni sono molecole ancora in fase di sperimentazione.
Altri vengono venduti online come “research peptides”, “peptidi dimagranti” o prodotti destinati al cosiddetto biohacking.
Ed è proprio qui che bisogna fermarsi.
La parola “peptide” non è sinonimo di “farmaco sicuro”.
La provenienza, la purezza, la concentrazione, la conservazione e il dosaggio di un prodotto acquistato online possono non avere le stesse garanzie di un medicinale autorizzato.
La nuova frontiera: le molecole che agiscono su più vie metaboliche
La ricerca, però, non si è fermata a GLP-1 e GIP.
Una delle molecole sperimentali più interessanti è retatrutide, un cosiddetto triplo agonista che agisce sui recettori GIP, GLP-1 e glucagone.
I risultati degli studi clinici sono molto interessanti e hanno mostrato importanti riduzioni del peso corporeo in persone con obesità; tuttavia retatrutide non è un farmaco autorizzato per l’uso pubblico e rimane una molecola sperimentale sottoposta al processo di sviluppo e valutazione regolatoria.
Questo punto è fondamentale.
Una molecola può avere risultati molto promettenti negli studi clinici e contemporaneamente non essere ancora disponibile come terapia autorizzata.
Sono due cose completamente diverse.
Per questo, se sui social qualcuno propone retatrutide o altri prodotti sperimentali come se fossero normali farmaci dimagranti acquistabili, è necessario prestare la massima attenzione.
Il problema non è soltanto la molecola
Immaginiamo di leggere online:
“Semaglutide.”
“Tirzepatide.”
“Retatrutide.”
“Peptide dimagrante.”
Potremmo pensare che siano semplicemente nomi diversi della stessa cosa.
Non è così.
Una molecola può essere studiata ma non ancora autorizzata. Un farmaco può essere autorizzato per una determinata indicazione ma non per un’altra. Un prodotto può dichiarare di contenere una determinata sostanza senza offrire le stesse garanzie di un medicinale autorizzato.
E c’è un altro problema molto concreto: il dosaggio.
Sono stati segnalati errori di dosaggio con alcune preparazioni di semaglutide, anche dovuti alla confusione tra milligrammi, millilitri e “unità”, con alcuni casi che hanno richiesto assistenza medica.
Per questo la regola è semplicissima:
“È la stessa molecola” non significa “è la stessa cosa”.
Ma questi farmaci sono sicuri?
Anche qui bisogna evitare gli estremi.
Non ha senso demonizzare i farmaci GLP-1 definendoli automaticamente pericolosi, così come non ha senso presentarli come prodotti miracolosi privi di controindicazioni.
Sono farmaci e, come tutti i farmaci, hanno benefici, rischi, indicazioni e controindicazioni.
Gli effetti indesiderati più comuni sono soprattutto gastrointestinali e possono comprendere nausea, vomito, diarrea, stitichezza e dolore o fastidio addominale. Sono inoltre possibili altri eventi avversi, tra cui problemi della colecisti e, più raramente, pancreatite.
La presenza di possibili effetti indesiderati non significa che il farmaco sia “cattivo”.
Significa che deve essere prescritto e monitorato in modo appropriato.
Ed è proprio questo il motivo per cui non condivido l’idea della “puntura presa per perdere qualche chilo prima dell’estate”.
Una terapia farmacologica per l’obesità non dovrebbe essere trasformata in un accessorio cosmetico.
E la massa muscolare? È una delle questioni di cui dovremmo parlare di più
Quando sui social vediamo una trasformazione di 15, 20 o 30 chili, vediamo quasi sempre soltanto il numero sulla bilancia.
Ma il peso perso non è necessariamente tutto grasso.
Durante un importante calo ponderale può verificarsi anche una riduzione della massa magra. Per questo, in qualsiasi percorso di dimagrimento, l’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente perdere il maggior numero possibile di chili, ma ridurre soprattutto la massa grassa cercando di preservare il più possibile la massa muscolare.
Ed è qui che alimentazione e movimento continuano ad avere un ruolo fondamentale.
Un adeguato apporto proteico, una dieta nutrizionalmente completa e, quando possibile e indicato, un’attività fisica che includa esercizi contro resistenza rappresentano strumenti importanti per proteggere la massa muscolare durante la perdita di peso.
Il farmaco può essere uno strumento terapeutico. Non sostituisce la nutrizione e non sostituisce il movimento.
E cosa succede quando si smette?
Questa è probabilmente una delle domande più importanti e, paradossalmente, una delle meno raccontate quando sui social si parla di questi farmaci.
La ricerca mostra che il problema del mantenimento del peso dopo la sospensione non è affatto marginale.
Nell’estensione dello studio STEP 1, dopo la sospensione della semaglutide, i partecipanti hanno recuperato in media circa due terzi del peso precedentemente perso nell’anno successivo, mentre molti dei miglioramenti cardiometabolici osservati durante il trattamento tendevano a ridursi.
Risultati analoghi sono emersi con la tirzepatide. Nel trial SURMOUNT-4, le persone che hanno sospeso il trattamento hanno recuperato una parte sostanziale del peso perso, mentre chi ha continuato la terapia ha mantenuto e ulteriormente aumentato la perdita di peso.
Questo non significa che “chi prende Ozempic ingrasserà sicuramente di nuovo”.
Significa che l’obesità è una condizione cronica e che la sospensione di una terapia efficace può essere seguita da una ripresa dell’appetito e del peso, soprattutto se non esiste un piano di mantenimento.
Ed è qui che torna centrale il lavoro nutrizionale.
Il farmaco non insegna automaticamente a mangiare
Questo è un punto sul quale, da nutrizionista, credo sia importante riflettere.
Se un farmaco riduce fortemente la fame, una persona può riuscire a mangiare meno anche senza aver modificato profondamente il proprio rapporto con il cibo.
Ma quando la fame torna, cosa succede?
Se nel frattempo non abbiamo lavorato sulle abitudini alimentari, sulla qualità dei pasti, sull’organizzazione della giornata, sulla consapevolezza, sulla gestione della fame emotiva quando presente e sull’attività fisica, il rischio è che la persona si ritrovi nuovamente senza gli strumenti necessari per gestire il peso nel lungo periodo.
Per questo non vedo la terapia farmacologica e la nutrizione come due mondi contrapposti.
Possono, in molti casi, essere complementari.
Il farmaco può aiutare una persona a superare una barriera biologica che rende molto difficile perdere peso; il percorso nutrizionale può aiutare a costruire un’alimentazione adeguata, sostenibile e compatibile con la vita reale.
E i prodotti acquistati online? Qui dico: attenzione
Questa è la parte sulla quale vorrei essere particolarmente chiara.
Non acquistare autonomamente semaglutide, tirzepatide, retatrutide o altri prodotti presentati come “peptidi dimagranti” attraverso canali non autorizzati.
Non basta che sulla confezione ci sia scritto un nome scientifico.
Non basta che qualcuno sui social mostri prima e dopo.
Non basta che un influencer racconti di aver perso 15 chili.
I prodotti non approvati possono avere problemi di autenticità, concentrazione, contaminazione, conservazione o dosaggio.
E soprattutto, non dobbiamo mai trasformare una terapia medica in un prodotto da acquistare come se fosse un integratore alimentare.
La vera domanda non è: “Quanto posso dimagrire?”
Credo che sia arrivato il momento di cambiare anche la domanda.
Per anni abbiamo chiesto:
“Quanto peso posso perdere?”
Poi:
“In quanto tempo?”
Adesso rischiamo di aggiungere:
“Qual è il farmaco che mi fa perdere più chili?”
Ma forse dovremmo iniziare a chiederci:
“Come posso migliorare la mia salute?”
Perché perdere peso non significa automaticamente essere più sani.
Un percorso ben fatto dovrebbe cercare di migliorare la composizione corporea, la salute metabolica, la pressione arteriosa, il controllo glicemico, il rischio cardiovascolare, la mobilità e soprattutto la qualità della vita, cercando contemporaneamente di preservare la massa muscolare.
Il numero sulla bilancia è soltanto una parte della storia.
Obesità: finalmente la stiamo trattando come una malattia complessa?
Qui, secondo me, c’è la vera rivoluzione.
Per troppo tempo l’obesità è stata raccontata come una semplice questione di volontà.
“Mangia meno.”
“Muoviti di più.”
“Devi avere più forza di volontà.”
Come se il corpo umano fosse una calcolatrice nella quale bastasse inserire meno calorie per ottenere automaticamente lo stesso risultato.
Oggi sappiamo che la regolazione del peso corporeo è molto più complessa e coinvolge segnali ormonali, sistema nervoso, appetito, sazietà, metabolismo, genetica, ambiente alimentare, sonno, stress, farmaci e numerosi altri fattori.
I farmaci incretinici ci stanno mostrando concretamente quanto la biologia della fame possa influenzare la capacità di perdere e mantenere il peso.
Questo non rende inutile l’alimentazione.
La rende ancora più importante.
Perché se finalmente riconosciamo che l’obesità è una condizione complessa, dobbiamo anche smettere di pensare che esista una soluzione unica.
La nuova corsa al peso perfetto
Ed eccoci alla domanda da cui siamo partiti.
Rivoluzione medica o nuova corsa al peso perfetto?
La mia risposta è: può essere entrambe le cose.
La rivoluzione medica è reale. I farmaci GLP-1 e le nuove terapie stanno cambiando profondamente il modo in cui possiamo trattare l’obesità e le sue complicanze.
Ma il rischio di trasformare questa rivoluzione in una nuova ossessione per il peso è altrettanto reale.
Non dobbiamo passare dalla cultura della dieta alla cultura della puntura.
Non dobbiamo sostituire il “devi essere magra” con il “devi perdere 20 chili”.
E soprattutto non dobbiamo considerare il corpo come un problema da correggere a qualunque costo.
Il vero obiettivo dovrebbe essere la salute, non il peso più basso possibile.
Un farmaco può essere uno strumento terapeutico importante quando è indicato.
La nutrizione può essere uno strumento altrettanto importante per costruire e mantenere abitudini sane.
Il movimento può contribuire a preservare la massa muscolare e migliorare la salute metabolica.
E la medicina deve guidare la scelta della terapia quando necessaria.
Non sono strumenti che devono farsi concorrenza.
Devono lavorare insieme.
Perché la vera rivoluzione non sarà trovare un modo sempre più veloce per perdere peso.
Sarà imparare finalmente a trattare l’obesità senza colpevolizzare la persona, senza promettere miracoli e senza ridurre una vita intera a un numero sulla bilancia.
Il benessere nasce a tavola, ma cresce nelle scelte che facciamo ogni giorno.
Alessandra Cirillo
Biologa Nutrizionista
Una precisazione importante
Questo articolo ha finalità esclusivamente divulgative. I farmaci per il trattamento del diabete e dell’obesità richiedono valutazione e prescrizione medica e non devono essere utilizzati autonomamente per finalità estetiche. Le informazioni riportate non sostituiscono il parere del medico o del proprio team curante.
