Nel meraviglioso mondo dei social calcistici accade una cosa davvero singolare. Ti capita di imbatterti in un post. Lo leggi e rimani lì, qualche secondo, in rispettoso silenzio. Analisi impeccabile. Lessico raffinato. Citazioni tattiche da manuale. Riferimenti storici. Considerazioni sul pressing, sulla costruzione dal basso, sulle transizioni negative e persino sulla gestione delle mezzali. E pensi: «Questo ne capisce.». Anzi, a giudicare da come scrive, forse ne capisce più di tutti. Poi la curiosità prende il sopravvento. Lo cerchi. Scopri che fa dirette, podcast, interviste. E dici: finalmente. Adesso lo ascolto. Voglio sentire dalla sua voce tutta quella competenza che ho appena ammirato sulla tastiera.
Fenomeni da tastiera. Parte il video ed entri in un altro mondo
E dopo trenta secondi ti chiedi se, per caso, non sia finito su un altro profilo. Perché quello che scriveva come un raffinato analista di calcio, quando parla, sembra un centrocampista costretto a giocare fuori ruolo. Frasi sconclusionate. Concetti che si accavallano. Periodi senza capo né coda. Verbi dispersi sul terreno di gioco.
Sostantivi lasciati completamente soli. E soprattutto una cosa abbastanza sorprendente: non conosce nemmeno ciò che scrive. Sulla tastiera è Guardiola. Al microfono diventa, nella migliore delle ipotesi, il terzo allenatore della squadra dell’oratorio.
E allora viene il sospetto. Chi ha scritto quel post?
Perché qualcuno, evidentemente, ha fatto un lavoro straordinario. Ha preso un pensiero magari mediocre, gli ha dato una bella sistemata, ha aggiunto qualche termine calcistico, ha messo in ordine la punteggiatura e voilà: è nato il nuovo guru della tattica. Il problema è che poi il guru apre bocca. E il VAR della lingua italiana non lascia scampo. Si scopre così che dietro certe analisi mirabolanti non c’è necessariamente una grande conoscenza del calcio. A volte c’è semplicemente una grande conoscenza di come deve apparire un testo per sembrare intelligente. È diverso. Molto diverso. Perché nel calcio ormai basta poco per costruirsi una reputazione da esperto. Scrivi “occupazione razionale degli spazi”. Parla di “catena di destra”. Aggiungi “rest defense”. Infila un “tra le linee”. Concludi con “il problema è strutturale, non individuale”. E hai fatto centro.
Non importa che nessuno abbia capito esattamente cosa tu abbia detto.
Anzi, forse è proprio quello il segreto. Perché nel calcio, come nella vita, esiste una curiosa equazione: più una frase è incomprensibile, più sembra profonda. Poi arriva la diretta. E lì non ci sono correttori automatici, collaboratori, riletture, cancellature o dieci minuti per trovare il termine giusto. C’è la voce. E la voce è spietata. Ti costringe a mettere i pensieri in fila. E qui, purtroppo, arriva la parte seria. Non c’è nulla di male nel non essere un grande oratore. Non tutti sono nati per parlare in televisione e nessuno pretende che un tifoso commenti una partita come un telecronista. Ma se ti presenti come l’esperto che deve spiegare il calcio agli altri, allora almeno dovresti conoscere ciò di cui parli. E soprattutto dovresti sapere distinguere una convinzione personale da una competenza. Perché dire che un allenatore “non capisce nulla” è facile. Spiegare perché una squadra soffre la costruzione avversaria è un’altra cosa. Dire che un giocatore “è scarso” è facile. Spiegare quali siano i suoi limiti tecnici, tattici e atletici richiede qualcosa in più di una tastiera. Dire che una formazione è “inguardabile” è alla portata di chiunque. Capire perché lo sia, un po’ meno.
E allora forse sarebbe il caso di abbassare tutti un pochino la cresta.
Perché il calcio è pieno di gente che ha visto mille partite e crede, per questo, di averle capite tutte. Ma guardare il calcio non significa automaticamente capirlo. E scrivere bene di calcio non significa necessariamente conoscerlo. Così come parlare per mezz’ora di calcio non significa aver detto qualcosa sul calcio. Questa, forse, è la distinzione che sui social ci siamo dimenticati. Tra chi sa e chi sembra sapere, chi ha qualcosa da dire e chi ha semplicemente bisogno di dirla. Tra l’analisi e il fumo. E soprattutto tra il calcio vero e il calcio raccontato da chi, davanti a una tastiera, sembra avere il patentino UEFA. Poi lo ascolti, anche impegnato in un semplice vocale,
e scopri che….sa eseguire tutti i gesti e poi non sa giocare..
A cura di Raffaele Di Pasquale
