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Nel 1966 il Campionato del Mondo di Calcio torna in Europa. La Nazione europea più “cool, beat, pop, rock, fashion e avantgard” di quell’epoca era indubbiamente l’Inghilterra. Era la patria dei Beatles, dei Rolling Stones, ma anche di Mary Quant, l’inventrice della minigonna, di Twiggy la supermodella filiforme. La patria della Union Jack divenuta da simbolo istituzionale a icona pop. Ma anche di Carnaby Street e della Mini Cooper, in un unico concetto della Swinging London, che aveva invaso di nuovi provocatori messaggi il mondo intero.
1966, finalmente i Mondiali in Inghilterra
La F.I.F.A. di imprinting francese, affida finalmente agli inglesi la sede dei Mondiali. Inglesi che fino a meno di un decennio prima si sentivano presuntuosamente e pretestuosamente i re del calcio. Avevano snobbato inizialmente le varie competizioni, una su tutte la Coppa dei Campioni. Nel 1966 la storica querelle era definitivamente chiusa e i sudditi di S.M. Elisabetta II, allora quarantenne, desideravano salire con i fatti sul tetto del mondo. Coach Al Ramsey aveva a disposizione una formidabile rosa di giocatori. In essa era presente tecnica sopraffina e particolare inventiva (i due Charlton, Best, il portiere Banks, gli attaccanti Peters e Hurst). Gli inglesi avavano oltretutto determinato agonismo (capitan Moore,, Wilson, Ball, Stiles e Hunt): erano un’amalgama perfetta.
Il furto del trofeo
Ma a rendere la swinging atmosfera un vero thriller fu il furto della Coppa del Mondo, allora denominata ancora Coppa Rimet, accaduto il 20 marzo. Durante un’esposizione presso la Westminster Central Hall, il trofeo venne trafugato. La notizia fece immediatamente il giro del mondo e i ladri, mai individuati, probabilmente impreparati a gestire una pressione mediatica così forte, si disfecero dell’ingombrante fardello. Una settimana dopo, venne ritrovato in un giardino pubblico alla periferia sud di Londra. Era ancora avvolto in pagine di giornali, da un cagnolino, Pickles, divenuto poi vero eroe nazionale.
Il marketing sportivo
Per la prima volta nella storia dei Mondiali fece capolino il marketing sportivo, il merchandising, legato alle figure iconiche del calcio. Protagonista fu l’immensa mediaticità televisiva che finalmente poteva conquistare un pubblico di quasi mezzo miliardo di telespettatori. Essi potevano finalmente vedere i replay delle azioni, gli stadi attrezzati alla diffusione di messaggi pubblicitari e promozionali dei grandi investitori commerciali. In particolare l’Ayresome Park di Middlesbrought, proprio quello che ospitava gli incontri degli azzurri. Altra novità era l’introduzione di un personaggio simbolo che sintetizzava le caratteristiche della nazione ospitante, la mascotte dei Mondiali. Ecco prendere forma Willie, un leone antropomorfo che indossava la bandiera inglese con sovrapposta la scritta “World Cup”.
Il Brasile
Lo spauracchio degli inglesi era rappresentato dal Brasile, campione in carica, che a differenza di quattro anni prima poteva nuovamente contare su Pelé. Negli ultimi anni aveva portato il Santos, sua affezionata squadra di club, ripetutamente sul tetto del mondo. Ma O’Rey, fu preso di mira dai rocciosi difensori di tutte le squadre che incontrò, la prima fu l’Ungheria, finendo per infortunarsi. Spianò di fatto la strada alle più forti nazionali europee. Infatti, dopo ben 32 anni, per la seconda volta nella storia dei Campionati del Mondo di Calcio, le quattro nazionali semifinaliste erano europee.
L’Italia di Fabbri
Purtroppo tra le semifinaliste non c’era l’Italia, nonostante la buona caratura e l’alto livello che aveva raggiunto grazie alle due squadre milanesi. Gli azzurri guidati dal CT. Edmondo Fabbri, reo di non aver utilizzato il blocco interista, venne eliminata. A sconfiggerla furono quelli che il futuro allenatore azzurro Ferruccio Valcareggi definì sarcasticamente i ridolini del Mondiale. Infatti, dopo aver battuto il Cile, vendicando la sconfitta di 4 anni prima e perdendo di misura contro la fortissima Unione Sovietica, l’Italia doveva affrontare la Corea del Nord. Era una partita apparentemente facile dove pubblico e giornalisti tricolori, e non solo, attendevano la goleada azzurra. Invece quel 19 luglio 1966 rappresenta ancora oggi una delle pagine più tragiche e nefaste del calcio italiano. Il nome che tanti non più giovani ricordano, dopo sessant’anni, è Pak Doo Ik. Al minuto 42, con un tiro velenoso, infilò Albertosi e le speranze di un’intera nazione.
Il Mondiale presentò la sorpresa Corea del Nord, che venne sconfitta nei quarti di finale dal Portogallo di Eusebio. Quella partita rischiò di diventare una trappola per i lusitani che nel corso del primo tempo finirono sotto di tre goal. Poi ci pensò proprio l’ex Mozambicano. Con una tripletta riportò in equilibrio l’incontro, prima di realizzare il personale poker del sorpasso e fornire a José Augusto Torres il punto del definitivo 5 a 3.
Le altre semifinaliste
Le altre tre semifinaliste furono la Germania, che si sbarazzò dell’Uruguay con un rotondo 4 a 0, l’Unione Sovietica che prevalse per 2 a 1 sulla coriacea Ungheria ed infine l’Inghilterra, padrona di casa, che per battere di misura l’Argentina faticò tantissimo. Quella partita passò alla storia come la “Battaglia di Wembley”. Durante l’incontro l’arbitro tedesco Kreitlein fu costretto ad espellere il capitano degli albiceleste Rattin per reiterate proteste. Ma Rattin che non conosceva ne la lingua tedesca, ne la lingua inglese, fece finta di non capire e si rifiutò di lasciare il terreno di gioco, fino all’intervento della polizia inglese. Poi prima di abbandonare il campo si sedette sul tappeto tosso destinato al passaggio della Regina Elisabetta ed infine in segno di protesta abbracciò, fino a deformarla, una bandiera inglese. Questo episodio fornì all’arbitro inglese Ken Aston l’idea di realizzare il cartellino rosso per l’espulsione e quello giallo per l’ammonizione, cosa che vedremo meglio più avanti.
Al termine dei 90 minuti più recupero, Al Ramsey definì gli argentini “animali”, non rendendosi conto di aprire una delle rivalità più forti e combattute della storia calcistica mondiale, tutt’ora aperta dopo 60 anni e segnata da tanti successivi episodi che hanno simbolicamente raccontato questo sport e anche la politica e i difficili rapporti tra le due nazioni. Ma la passione per lo sport più conosciuto al mondo supera ogni barriera e ostacolo ideologico, eccoci quindi a descrivere le due semifinali che terminarono con lo stesso identico punteggio, il 25 luglio a Liverpool la Germania Ovest superò 2 a 1 l’Unione Sovietica con goal di Helmut Haller e del mitico Kaiser Franz, al secolo Franz Beckembauer.
L’Inghilterra verso la finale
Il giorno dopo a Wembley, da dove non si era mai spostata, l’Inghilterra superò il fortissimo Portogallo con doppietta della vera e indiscussa anima del calcio inglese, il futuro Sir Bobby Charlton, a cui fece seguito Eusebio, che nel finale accorciò le distanze per i rossi lusitani, che diedero filo da torcere ai bianchi albionesi fino al triplice fischio finale del francese Schwinte. Eccoci giunti al 30 luglio 1966 a Wembley al cospetto di Sua Maestà Elisabetta II Windsor e del suo consorte Principe Filippo Mountbatten.
Inglesi in divisa rossa e tedeschi in quella bianca, disputarono un incontro agonisticamente spumeggiante. Già al minuto 12, Haller, con una perfetta girata in diagonale, portò in vantaggio i tedeschi. Vantaggio che durò meno di sei minuti, fino al momentaneo pareggio, con un preciso colpo di testa di Hurst. Dopo questa partenza elettrica, le due squadre si chiusero in attesa di un reciproco passo falso. A dodici minuti dalla fine l’Inghilterra si portò sul 2 a1 , grazie all’ala sinistra Peters, soprannominato “the Ghost”, per la grande abilità di eludere la marcatura nei momenti decisivi. Mentre migliaia di Union Jack sventolavano trionfali sugli spalti di Wembley in attesa del triplice fischio dello svizzero Dienst, ecco proprio all’ultimo minuto, nel corso di una mischia a seguito di una punizione, arrivare il definitivo pareggio realizzato dal difensore tedesco Weber, salito in attacco a dar manforte ai suoi compagni.
La finale va ai supplementari
Per conoscere la nazionale campione del mondo erano necessari i tempi supplementari. Fin dal primo minuto gli inglesi si dimostrarono più freschi atleticamente e dopo diverse azioni ficcanti ecco l’eroe di giornata Geoff Hurst, centravanti del West Ham, che al minuto 11 del primo extratime ricevette la palla di cuoio sul piede destro e dopo averla addomesticata, con una semigirata, la colpì dal basso in alto facendola sbattere sulla parte interna della traversa alle spalle dell’estremo difensore tedesco Tilkowsky. La sfera rimbalzo’ sulla linea di porta prima di essere definitivamente respinta di testa in corner da Weber. L’arbitro Dienst aveva fatto proseguire l’azione concedendo il calcio d’angolo agli inglesi, ma proprio in quel momento la sua attenzione venne attirata dalla corsa del guardialinee Backramov, allora arbitro russo, oggi sarebbe azero. Bachramov, che parlava soltanto il russo, indicò il centro del campo, con il braccio destro proteso e il dito indice allungato, senza alcun dubbio ne tentennamento, con molta determinazione. Dienst accolse il consiglio del giudice di linea e convalido’ il goal.
Nessuno dei protagonisti, giocatori, arbitro e guardialinee, avrebbe mai immaginato che quest’azione, sarebbe divenuta un’autentica leggenda calcistico/sportiva, passata alla storia come il goal fantasma più famoso del calcio. La cronaca calcistica proseguì con i tedeschi, che sbilanciati in avanti alla ricerca del pareggio, concessero delle intere praterie alle veloci ripartenze dei padroni di casa, Best, Bell, Charlton e in particolare Hurst, che realizzò la sua personale tripletta e il definitivo 4 a 2 con una bellissima conclusione, che lui peraltro colpì involontariamente di collo pieno, aiutato da un leggero dislivello del manto erboso, che consenti’ al pallone di infilarsi nell’angolino alto alla sinistra del portiere tedesco. Un goal di rara bellezza. Nella storia dei Campionati del Mondo, fino ad oggi, Hurst è l’unico calciatore ad avere segnato tre reti in un unica finale.
Il goal fantasma
Ma la vicenda del goal fantasma animò, fin da subito e nei successivi decenni le cronache calcistico giornalistiche. Lo stesso Gianni Brera, motivò la scelta di convalidare il terzo goal, per motivi geopolitici. Altri, accusarono Bachramov di vendetta sovietica contro i tedeschi che avevano eliminato nei quarti proprio la nazionale russa. I più fantasiosi congetturarono addirittura un piano ordito dall’arbitro/guardialinee e in precedenza militare sovietico, che avrebbe precedentemente corrotto, con del caviale, un membro indonesiano della commissione arbitri internazionale, per farsi affidare quell’incarico specifico, allo scopo di danneggiare la nazionale tedesca. Di fatto le recenti tecnologie elettroniche hanno stabilito, senza ombra di dubbio, che il pallone non superò la linea bianca e quindi la decisione di Bachramov e soprattutto di Dienst si rivelò sbagliata.
L’epilogo del Mondiale
Anni dopo fu proprio Dienst, nel corso della sua ultima intervista, ad ammettere che grazie a quel suo clamoroso errore, la sua figura di arbitro, divenne una tramandata leggenda. Ma Wembley era ormai un’autentica bolgia, nella trepidante attesa che Sua Maestà Elisabetta II consegnasse a capitan Bobby Moore, l’agognata Coppa Rimet. Unica vittoria fino ad oggi conquistata dagli inglesi. Ed eccoci all’epilogo del primo quarantennale atto del format che recentemente, fino alla finalissima del 19 luglio, ha incollato miliardi di telespettatori e navigatori online, in qualsiasi ora del giorno e della notte a qualsiasi latitudine e longitudine o meridiano e parallelo.
A cura di Raffaele Geminiani
