La ricerca scientifica studia come il microbiota intestinale possa interagire con i processi biologici coinvolti nella salute cerebrale.
Dall’infiammazione intestinale ai metaboliti prodotti dai batteri: cosa sta scoprendo la ricerca sull’asse intestino-cervello e perché l’alimentazione potrebbe avere un ruolo importante, pur senza rappresentare una cura o una prevenzione garantita.
Per molto tempo abbiamo immaginato l’intestino come un organo deputato principalmente alla digestione e all’assorbimento dei nutrienti. Oggi sappiamo che questa visione è riduttiva. L’intestino ospita una comunità complessa di microrganismi, dialoga continuamente con il sistema immunitario e comunica con il sistema nervoso attraverso diverse vie biologiche.
È proprio questo dialogo, definito asse microbiota-intestino-cervello, ad attirare l’attenzione della comunità scientifica per il suo possibile coinvolgimento nelle malattie neurodegenerative, compresa la malattia di Alzheimer.
Ma quanto sappiamo davvero? Il microbiota può contribuire ai processi che portano al deterioramento cognitivo? Oppure le alterazioni intestinali osservate nelle persone con Alzheimer sono, almeno in parte, una conseguenza della malattia stessa?
Sono domande importanti, soprattutto in un momento in cui si moltiplicano le informazioni sui probiotici, sulla disbiosi e sull’alimentazione come strumenti per proteggere il cervello. La ricerca offre risultati interessanti, ma impone anche una distinzione fondamentale: un’associazione biologica non dimostra automaticamente un rapporto di causa-effetto.
Che cos’è l’asse intestino-cervello?
Il microbiota intestinale è l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino, tra cui batteri, virus, funghi e altri componenti microbici. Il termine microbioma, invece, viene utilizzato soprattutto per indicare il patrimonio genetico di questa comunità e, in alcuni contesti, il suo insieme funzionale.
Questi microrganismi non sono semplici ospiti. Partecipano al metabolismo di numerosi componenti alimentari, producono sostanze biologicamente attive e contribuiscono alla regolazione delle difese immunitarie.
La comunicazione con il cervello avviene attraverso più canali:
- Sistema nervoso: attraverso circuiti nervosi, tra cui il nervo vago, che collega funzionalmente l’apparato gastrointestinale al sistema nervoso centrale.
- Sistema immunitario: attraverso mediatori dell’infiammazione che possono influenzare anche i processi neuroinfiammatori.
- Metaboliti microbici: sostanze prodotte dai batteri intestinali che possono esercitare effetti locali e sistemici.
- Vie endocrine e metaboliche: attraverso segnali ormonali e modificazioni del metabolismo dell’organismo.
È importante precisare che queste vie non funzionano separatamente. Si influenzano reciprocamente e il loro effetto dipende dal contesto biologico, dalla composizione del microbiota, dall’alimentazione e dalle condizioni individuali.
L’asse intestino-cervello, quindi, non è un collegamento diretto attraverso il quale un singolo batterio raggiunge necessariamente il cervello e provoca una malattia. È una rete di comunicazione complessa, ancora oggetto di studio.
Che cosa succede nel cervello nella malattia di Alzheimer?
L’Alzheimer è una malattia neurodegenerativa progressiva, caratterizzata da alterazioni della memoria, del ragionamento e di altre funzioni cognitive, con conseguenze crescenti sull’autonomia della persona.
Tra le caratteristiche biologiche più studiate troviamo l’accumulo di beta-amiloide, una proteina che può aggregarsi formando placche, e le alterazioni della proteina tau, che possono portare alla formazione di aggregati all’interno dei neuroni.
A questi fenomeni si associano alterazioni delle connessioni neuronali, disfunzioni cellulari e processi infiammatori che coinvolgono le cellule immunitarie del sistema nervoso, in particolare la microglia.
La malattia, tuttavia, non ha un’unica causa conosciuta nella maggior parte dei casi. Età, predisposizione genetica, condizioni vascolari, fattori metabolici e ambientali possono contribuire al rischio attraverso meccanismi differenti.
In questo quadro si inserisce l’interesse per il microbiota: alcuni ricercatori ipotizzano che determinati cambiamenti intestinali possano influenzare processi infiammatori, metabolici e immunitari coinvolti nella neurodegenerazione.
Non significa che l’Alzheimer abbia origine necessariamente nell’intestino. Significa che l’intestino potrebbe rappresentare uno degli elementi di una rete biologica più ampia.
Disbiosi e Alzheimer: quale rapporto esiste?
Con il termine disbiosi si indica un’alterazione della composizione o delle funzioni del microbiota rispetto a un determinato contesto biologico. Non esiste, però, una composizione microbica ideale identica per tutti, né un singolo test universalmente validato che consenta di diagnosticare una disbiosi responsabile dell’Alzheimer.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 su Ageing Research Reviews, intitolata The complex relationship between gut microbiota and Alzheimer’s disease, ha analizzato le conoscenze disponibili sul rapporto tra microbiota intestinale e malattia di Alzheimer, considerando anche le possibili strategie terapeutiche rivolte al microbiota.
La revisione descrive un campo di ricerca promettente, ma complesso: gli studi differiscono per popolazioni esaminate, tecniche di analisi, composizione microbica osservata e modalità con cui vengono valutati gli esiti clinici.
Alcune ricerche condotte nell’uomo hanno rilevato differenze nella composizione del microbiota tra persone con Alzheimer, persone con compromissione cognitiva lieve e soggetti senza queste condizioni.
Il problema è stabilire che cosa significhino realmente queste differenze.
Un microbiota alterato potrebbe contribuire ad alcuni processi patologici. Ma potrebbe anche essere influenzato da cambiamenti alimentari, ridotta attività fisica, farmaci, stitichezza, fragilità, altre malattie o modificazioni delle abitudini quotidiane che accompagnano il deterioramento cognitivo.
Per distinguere queste possibilità servono soprattutto studi longitudinali, capaci di seguire le persone nel tempo e di verificare se determinate modificazioni intestinali precedano effettivamente la comparsa della malattia.
Il dato più corretto, oggi, è che esiste un’associazione scientificamente interessante, mentre il ruolo causale del microbiota nell’Alzheimer non è ancora definito.
Fonte scientifica: Zhou XP e colleghi, Ageing Research Reviews, 2025. DOI: 10.1016/j.arr.2024.102637.
I possibili meccanismi biologici: infiammazione, barriera intestinale e metaboliti
Per comprendere perché il microbiota sia studiato nell’ambito dell’Alzheimer, bisogna analizzare alcuni meccanismi biologici plausibili. È essenziale ricordare che la plausibilità di un meccanismo non equivale alla dimostrazione che esso provochi la malattia nell’essere umano.
La barriera intestinale
La parete intestinale svolge una funzione di selezione: permette il passaggio delle sostanze necessarie e contribuisce a limitare il contatto dell’organismo con microrganismi e componenti potenzialmente dannosi.
Quando questa barriera perde parte della propria integrità, può aumentare il passaggio di alcune molecole e attivarsi una risposta immunitaria.
In diversi modelli sperimentali si studia se le alterazioni della barriera intestinale possano favorire segnali infiammatori sistemici capaci di influenzare anche il sistema nervoso.
Tuttavia, non è corretto affermare che tutte le persone con Alzheimer abbiano una barriera intestinale compromessa o che una sua alterazione sia necessariamente all’origine della malattia.
Infiammazione sistemica e neuroinfiammazione
L’infiammazione è una risposta fisiologica di difesa. Il problema può emergere quando determinati segnali infiammatori persistono o si attivano in modo inappropriato.
Alcuni componenti microbici, tra cui il lipopolisaccaride (LPS) presente nella membrana esterna dei batteri Gram-negativi, possono attivare risposte immunitarie in determinate condizioni.
La ricerca sta valutando se l’esposizione a questi segnali, insieme ad altri fattori genetici e metabolici, possa contribuire a modificare l’ambiente infiammatorio dell’organismo e influenzare la risposta delle cellule immunitarie cerebrali.
È un’ipotesi biologica rilevante, ma non consente di concludere che la presenza di specifici batteri intestinali determini direttamente la formazione delle placche amiloidi.
Gli acidi grassi a corta catena
Un altro elemento centrale è rappresentato dagli acidi grassi a corta catena, o SCFA, prodotti durante la fermentazione microbica di alcuni componenti alimentari non digeribili, soprattutto le fibre.
Tra questi troviamo acetato, propionato e butirrato.
Il butirrato, in particolare, è un importante substrato energetico per le cellule del colon e partecipa alla regolazione della barriera intestinale e di alcune risposte immunitarie. Gli SCFA possono inoltre influenzare diversi processi metabolici e di segnalazione cellulare.
Negli studi sperimentali, queste sostanze sono state associate a effetti potenzialmente rilevanti per la funzione immunitaria e nervosa.
Ma non bisogna semplificare eccessivamente: più SCFA non significa automaticamente più protezione cerebrale. I loro effetti dipendono dalla molecola, dalla concentrazione, dal contesto fisiologico e dalle interazioni con l’organismo.
Non è attualmente possibile utilizzare la concentrazione di un singolo metabolita intestinale come indicatore sufficiente del rischio individuale di Alzheimer.
Le evidenze nell’uomo: che cosa sappiamo davvero?
Il passaggio dagli esperimenti di laboratorio ai risultati clinici è decisivo.
Gli studi sugli animali permettono di esplorare meccanismi biologici e, in alcuni modelli, di verificare come determinate modificazioni del microbiota influenzino fenomeni legati alla neurodegenerazione. Tuttavia, un risultato ottenuto in un modello animale non può essere trasferito automaticamente alle persone.
Negli studi osservazionali sull’uomo sono state individuate differenze microbiche associate al deterioramento cognitivo. Restano però importanti limiti metodologici: campioni relativamente piccoli, differenze nelle tecniche di sequenziamento, eterogeneità delle popolazioni e possibili fattori confondenti.
Anche il concetto di diversità microbica deve essere interpretato con cautela. La diversità è un parametro utile, ma non basta da sola a stabilire se un microbiota sia funzionalmente favorevole o sfavorevole.
Per capire se il microbiota possa contribuire causalmente alla malattia occorrono studi che dimostrino una sequenza temporale coerente, controllino i fattori confondenti e, quando possibile, verifichino gli effetti di interventi mirati su esiti clinici significativi.
Al momento, non disponiamo di prove sufficienti per utilizzare l’analisi del microbiota come strumento diagnostico dell’Alzheimer o per predire con affidabilità chi svilupperà la malattia.
Probiotici e Alzheimer: i risultati sono promettenti, ma non conclusivi
È probabilmente uno degli aspetti che suscita maggiore interesse: se il microbiota partecipa alla comunicazione tra intestino e cervello, modificare la flora intestinale attraverso i probiotici potrebbe influenzare le funzioni cognitive?
Alcuni studi clinici hanno esplorato questa possibilità.
Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2025 sul Journal of Food Science ha valutato gli effetti della supplementazione probiotica sulla funzione cognitiva nelle persone con Alzheimer. Gli autori hanno incluso quattro studi clinici randomizzati in doppio cieco, per un totale di 251 partecipanti con diagnosi di Alzheimer, di età pari o superiore a 65 anni.
L’analisi ha rilevato risultati potenzialmente favorevoli su alcuni indicatori cognitivi. Tuttavia, il numero limitato di studi e partecipanti, insieme alle differenze tra gli interventi e alle incertezze sulla solidità e generalizzabilità degli effetti, impone prudenza.
Una precedente revisione sistematica, pubblicata nel 2020, aveva invece concluso che le prove disponibili erano insufficienti per sostenere l’impiego clinico dei probiotici nella demenza.
Questi risultati non sono necessariamente incompatibili: studi successivi possono aggiungere dati e modificare le stime, senza che questo significhi aver raggiunto una certezza terapeutica.
È fondamentale distinguere tre obiettivi diversi:
- modificare la composizione del microbiota;
- migliorare un parametro biologico o un punteggio cognitivo;
- prevenire l’insorgenza dell’Alzheimer o rallentarne in modo clinicamente significativo la progressione.
Dimostrare il primo risultato non dimostra automaticamente il secondo o il terzo.
Inoltre, i probiotici non sono tutti uguali: gli effetti dipendono dai ceppi utilizzati, dalle dosi, dalla durata della somministrazione e dalle caratteristiche delle persone trattate.
Oggi non è scientificamente corretto consigliare un probiotico specifico come trattamento preventivo o cura dell’Alzheimer. Un eventuale utilizzo deve essere valutato nel contesto clinico appropriato, senza sostituire le terapie prescritte.
Fonti:
- Liu e colleghi, Journal of Food Science, 2025. DOI: 10.1111/1750-3841.70037.
- Probiotics for dementia: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials, 2020. PMID: 32556236.
Alimentazione e microbiota: che cosa possiamo fare concretamente?
Se non possiamo affermare che correggere il microbiota prevenga l’Alzheimer, significa che l’alimentazione non ha alcun ruolo nella salute cerebrale? Assolutamente no.
L’alimentazione contribuisce alla salute metabolica e cardiovascolare e influenza la disponibilità di substrati utilizzati dal microbiota intestinale. Il punto è comprendere quali benefici siano già sostenuti dalle evidenze e quali siano ancora oggetto di ricerca.
Il National Institute on Aging statunitense sottolinea che il rischio di Alzheimer è influenzato da una combinazione di fattori genetici, biologici, ambientali e legati allo stile di vita. Alimentazione, attività fisica, controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, qualità del sonno e relazioni sociali sono tutti ambiti rilevanti per la salute complessiva e l’invecchiamento.
Non esiste, tuttavia, una dieta dimostrata capace di azzerare il rischio di Alzheimer.
Fibre e varietà vegetale
Verdure, frutta, legumi, cereali integrali, frutta a guscio e semi possono contribuire all’apporto di fibre e di diversi substrati fermentabili.
La fermentazione di alcune fibre favorisce la produzione di metaboliti microbici, tra cui gli SCFA. Una dieta varia può quindi sostenere le funzioni metaboliche del microbiota, pur senza garantire uno specifico risultato neurologico.
L’aumento delle fibre deve essere graduale e personalizzato, soprattutto in presenza di sindrome dell’intestino irritabile, gonfiore importante o altre condizioni gastrointestinali.
Legumi e cereali integrali
Lenticchie, ceci, fagioli, avena, orzo e altri cereali integrali contribuiscono all’apporto di fibre e nutrienti utili alla salute metabolica.
Non è necessario introdurli tutti insieme né forzare il consumo di alimenti che provocano sintomi importanti. La tollerabilità individuale conta, e la qualità dell’alimentazione si costruisce nel tempo.
Olio extravergine d’oliva, pesce e frutta a guscio
L’olio extravergine d’oliva, il pesce, le noci e gli altri alimenti caratteristici del modello mediterraneo contribuiscono a un profilo alimentare favorevole alla salute cardiovascolare, se inseriti in un’alimentazione complessivamente equilibrata.
La salute dei vasi sanguigni è rilevante anche per il cervello, perché i fattori di rischio vascolare sono associati a un maggiore rischio di deterioramento cognitivo.
Questo non dimostra che un singolo alimento protegga direttamente dalla deposizione di beta-amiloide. Sostiene, piuttosto, l’importanza di un modello alimentare complessivo.
Zuccheri, alimenti ultraprocessati e salute metabolica
Un’alimentazione abitualmente ricca di alimenti ad alta densità energetica e povera di fibre può rendere più difficile mantenere un buon equilibrio metabolico, soprattutto quando si associa a sedentarietà ed eccesso energetico.
È quindi ragionevole lavorare sulla qualità complessiva della dieta, sulla gestione del peso quando necessario e sul controllo di condizioni come diabete, ipertensione e dislipidemia.
Non è corretto, invece, affermare che zucchero o singoli alimenti provochino direttamente l’Alzheimer. Il rischio è multifattoriale e non può essere ridotto a un solo ingrediente.
Una dieta mediterranea adattata alla persona
La dieta mediterranea è un modello alimentare ricco di vegetali, legumi, cereali prevalentemente integrali, olio extravergine d’oliva e, secondo le esigenze individuali, pesce e altre fonti proteiche.
È una scelta ragionevole per promuovere la salute metabolica e cardiovascolare, ma non va presentata come una terapia specifica per il microbiota o come una garanzia contro la demenza.
La stessa attenzione va riservata all’aderenza: un modello alimentare sostenibile, piacevole e adatto alle condizioni cliniche della persona è più utile di prescrizioni rigide difficili da mantenere.
Il microbiota è il prossimo bersaglio della prevenzione?
È possibile che, nei prossimi anni, la ricerca identifichi specifiche funzioni microbiche, metaboliti o combinazioni di fattori capaci di contribuire alla valutazione del rischio e allo sviluppo di interventi mirati.
Per arrivarci, però, sarà necessario superare diversi ostacoli.
Servono studi longitudinali ampi, protocolli standardizzati per analizzare il microbiota, una migliore comprensione dei metaboliti prodotti dai microrganismi e sperimentazioni cliniche sufficientemente numerose e prolungate.
Sarà inoltre necessario distinguere gli effetti sulla composizione microbica da quelli sugli esiti realmente importanti per i pazienti: memoria, autonomia, qualità della vita e progressione della malattia.
Il microbiota potrebbe rivelarsi un tassello importante, ma non è ancora possibile stabilire quanto contribuisca individualmente al rischio di Alzheimer né se modificarlo consenta di prevenire la patologia.
Nel frattempo, la prevenzione ragionevole passa da ciò che sappiamo già: mantenere sotto controllo i fattori di rischio cardiovascolare e metabolico, praticare attività fisica compatibile con le proprie condizioni, non fumare, curare il sonno e seguire un’alimentazione varia ed equilibrata.
Non sono promesse di protezione assoluta. Sono scelte che sostengono la salute generale e possono contribuire a un invecchiamento più sano.
La conclusione: prenderci cura dell’intestino ha senso, ma senza false promesse
Il rapporto tra microbiota e cervello ci ricorda che l’organismo non funziona attraverso compartimenti isolati. Intestino, sistema immunitario, metabolismo e sistema nervoso sono in continua comunicazione.
Comprendere questa rete potrebbe aiutare a chiarire alcuni meccanismi coinvolti nelle malattie neurodegenerative e, in futuro, a individuare nuove strategie di intervento.
Oggi, però, dobbiamo evitare due errori opposti: ignorare una linea di ricerca promettente oppure trasformarla in una certezza che non esiste ancora.
Non abbiamo dimostrato che la disbiosi causi necessariamente l’Alzheimer, né che un test del microbiota, un probiotico o una dieta specifica possano prevenirlo o curarlo.
Abbiamo invece buone ragioni per promuovere un’alimentazione varia, ricca di vegetali e fibre quando tollerate, e uno stile di vita che sostenga la salute metabolica e cardiovascolare.
Come professionisti della nutrizione, il nostro compito è proprio questo: tradurre le evidenze in scelte quotidiane concrete, senza alimentare paure e senza vendere soluzioni miracolose.
Perché la scienza più utile non è quella che promette di risolvere tutto, ma quella che ci aiuta a distinguere ciò che sappiamo da ciò che dobbiamo ancora scoprire.
Alessandra Cirillo
Biologa Nutrizionista
Il benessere nasce a tavola, ma cresce nelle scelte che facciamo ogni giorno.
