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Il miracolo del Como e le sabbie mobili di Napoli: due Italie a confronto
Il nostro campionato continua a offrire una rappresentazione plastica di due modi opposti di intendere il calcio: da una parte la programmazione illuminata e moderna, dall’altra la gestione dell’emergenza tra macerie tattiche e spogliatoi pesanti.
Il Como di Cesc Fàbregas non è più una semplice sorpresa, ma la conferma che nel calcio la qualità della spesa conta molto più della quantità fine a sé stessa.
Mentre i critici da bar pontificavano sui costi o sulla presunta inutilità di investimenti mirati, la dirigenza e lo staff tecnico hanno costruito un’identità di gioco europea, fondata sulla tecnica e su princìpi corali.
Emblematico l’atteggiamento di Fàbregas dopo i punteggi tennistici o le goleade: niente trionfalismi di facciata, ma la consapevolezza che il vero calcio risiede nella continuità della prestazione e nella crescita collettiva, isolando la squadra dal rumore delle mode social.
Dall’altra parte della barricata c’è la situazione di Massimiliano Allegri, chiamato a un’impresa non semplice: ereditare la pesante eredità e le macerie emotive e tattiche lasciate da Antonio Conte, il quale aveva capito tutto e furbescamente ha dato l’addio.
La sensazione netta è che il tecnico livornese goda di un sostegno societario estremamente fragile. In un club in cui la piazza vive di umori estremi e la proprietà oscilla tra l’esigenza di ridimensionare e la pretesa di vincere subito, l’allenatore viene lasciato solo a subire i contraccolpi di un ciclo precedente logorato, senza gli strumenti o la pazienza necessari per ricostruire dalle fondamenta.
Questo non significa che Allegri è esente da colpe, ma tra i troppi infortuni, una rosa sopravvalutata e l’assenza di veri leader in campo diventa quasi inevitabile trovarsi nella situazione attuale.
Il risultato è un calcio italiano a due velocità: chi, come il Como, raccoglie i frutti di un’idea lucida e protetta nel tempo, e chi, come Allegri a Napoli, si ritrova a spegnere incendi con il vento contrario e senza la minima copertura alle spalle.
Non sono certo io a dover difendere il tecnico del Napoli, ma sarebbe più corretto avere lo stesso livore nei salotti televisivi anche nei confronti di altri tecnici che stanno facendo male e nonostante ciò godono delle coccole di una stampa che preferisce schierarsi anziché analizzare approfonditamente i fatti in maniera più oggettiva.
A cura di Rocco Calandruccio
