Dall’Italia alla Svezia. Quando le idee viaggiano attraverso le persone, le esperienze e il desiderio di cambiare il modo di intendere il calcio.
Anche in Svezia!
Devo confessarlo: questa volta la soddisfazione è davvero enorme! Ho ricevuto un messaggio da un allenatore che, dopo aver seguito e condiviso le riflessioni sul paradigma fenomenologico-enattivo della GIOCOLOGIA, si trova attualmente in Svezia, dove trascorrerà tre mesi collaborando con una società calcistica del posto, la Stugun.
Mi scrive:
«Ciao Raffaele, sono… e ci siamo sentiti due mesi fa. Vorrei chiederti un consiglio, siccome adesso sono in Svezia e sto tre mesi e aiuto la società di calcio del paese che si chiama Stugun. Come posso spiegare loro i tuoi concetti che anche io condivido pienamente? Devo parlare in inglese e come posso fare per sintetizzare in modo che mi capiscono? Tu parli inglese? Loro hanno tutte le età, comprese le ragazze. Ciao e se mi puoi consigliare anche scrivendo in inglese ti ringrazio. Leggo sempre tutto che scrivi… bene».
Ecco, leggere queste parole mi ha procurato una soddisfazione particolare.
Non nascondo che, ormai, non mi sorprendo più di tanto. Non per presunzione, ma perché il paradigma fenomenologico-enattivo della GIOCOLOGIA viene sperimentato da diversi anni, in contesti differenti e con risultati che considero enormemente significativi. Le esperienze maturate, le testimonianze degli allenatori, i percorsi di formazione e le verifiche sul campo hanno progressivamente alimentato e consolidato questa prospettiva. Ma ogni volta che qualcuno decide di farla propria e di portarla in un altro contesto, la soddisfazione si rinnova.
Perché c’è una differenza sostanziale tra leggere un’idea, condividerla e sentirsi pronti a metterla in pratica.
Ed è proprio quest’ultimo passaggio che mi emoziona: un allenatore che, a migliaia di chilometri di distanza, desidera portare nella propria esperienza professionale un diverso modo di comprendere il giocatore e il gioco. Non abbiamo mai pensato alla GIOCOLOGIA come a un prodotto da esportare, a un marchio da diffondere o a un nuovo metodo da replicare. È un paradigma che nasce da una diversa comprensione del gioco, del giocatore e della relazione inscindibile che li costituisce. Il giocatore non è un esecutore di gesti previamente stabiliti. È una persona che percepisce, interpreta, anticipa, decide, agisce e si trasforma nella relazione con gli altri e con il contesto. Il gioco, a sua volta, non è la somma di comportamenti individuali né la semplice applicazione di un modello predisposto dall’allenatore.
È una realtà complessa, dinamica e relazionale.
Da qui una delle nostre convinzioni fondamentali: tutto parte dal giocatore. Tutto arriva al gioco. Tutto ritorna al giocatore. Non è uno slogan. È una precisa posizione ontologica, epistemologica e pedagogica. E pensare che adesso tutto questo dovrà essere raccontato anche in inglese, in un piccolo paese svedese, attraverso l’esperienza concreta di un allenatore che ha deciso di mettersi in gioco! E allora, caro amico, il mio consiglio è semplice: non cercare di spiegare tutto. Comincia dai bambini, dalle ragazze e dai ragazzi. Falli giocare, osserva, ascolta, riconosci le loro iniziative e costruisci con loro opportunità di apprendimento.
Perché la GIOCOLOGIA non deve essere esportata come un insieme di prescrizioni. Deve essere compresa, vissuta e reinterpretata da chi la incontra.
E questa è forse la soddisfazione più grande: non vedere le proprie idee ripetute, ma vedere altre persone capaci di farle vivere, svilupparle e arricchirle con la propria esperienza. Dopo tanti anni di ricerca, riflessione e sperimentazione, sapere che questo percorso continua a generare interesse e a trovare nuovi interlocutori, anche lontano dall’Italia, è una bellissima gratificazione. La GIOCOLOGIA non ha bisogno di confini. Ha bisogno di giocatori, di allenatori curiosi e di persone disposte a rimettere in discussione ciò che hanno sempre considerato scontato.
Evidentemente, stavolta, il messaggio è arrivato fino alla Svezia!
Un caro saluto al nostro amico e un grande in bocca al lupo per questa esperienza alla Stugun.
Anche in Svezia!
Il gioco, evidentemente, parla tutte le lingue.
Raffaele Di Pasquale – Allenatore UEFA PRO
