Non ho nessuna intenzione di commentare la sconfitta del Napoli. Lo hanno già fatto in tanti e alcuni anche in modo encomiabile. Vorrei, invece, soffermarmi su un aspetto che non condivido in alcune delle analisi che ho letto: l’insistenza sui presunti problemi di tenuta atletica della squadra dopo l’ora di gioco. A mio avviso, in questo tipo di valutazioni si rischia di confondere il sintomo con il problema. E la ragione è abbastanza semplice: si continua a interpretare il calcio con categorie di lettura che non tengono sufficientemente conto di una delle trasformazioni più significative degli ultimi anni, quella introdotta dalle cinque sostituzioni. Non siamo più di fronte al calcio di qualche anno fa. Le cinque sostituzioni non hanno rappresentato soltanto un ampliamento delle possibilità di intervento degli allenatori, ma hanno modificato profondamente la struttura della partita, i suoi equilibri e, soprattutto, il rapporto tra titolari e riserve.
Proviamo a ragionare.
Per molto tempo, una partita è stata sostanzialmente il confronto tra due undici. Le sostituzioni erano poche e, pur potendo incidere sull’andamento della gara, non modificavano radicalmente la composizione delle squadre. Oggi, invece, un allenatore ha la possibilità di sostituire quasi la metà dei propri titolari. È una possibilità enorme, che consente non soltanto di rimpiazzare giocatori stanchi, ma anche di cambiare ritmo, intensità, caratteristiche tecniche, assetto tattico e modalità di interpretazione della partita.
In altre parole, dopo il sessantesimo minuto può cominciare una partita nella partita.
Pensiamo a una squadra che dispone di un organico profondo, con giocatori di qualità che inizialmente siedono in panchina. Può permettersi di iniziare con determinati interpreti e poi inserire, nella seconda parte della gara, elementi freschi, tecnicamente affidabili, atleticamente brillanti e magari dotati di caratteristiche specifiche per mettere in difficoltà un avversario che ha già speso molte energie. Questa squadra non si limita a conservare il proprio livello di competitività: può addirittura aumentarlo.
Ecco il punto che secondo me sfugge a molte analisi.
Le cinque sostituzioni hanno creato una nuova forma di disuguaglianza tra le squadre. Non conta più soltanto la qualità degli undici che scendono inizialmente in campo, ma anche quella degli altri cinque che possono subentrare. Anzi, in determinate situazioni, la differenza tra le due panchine può diventare persino più importante della differenza tra i due undici titolari. Una squadra con alternative all’altezza può beneficiare enormemente di questa possibilità. Un’altra, che magari dispone di titolari di buon livello ma non di riserve altrettanto competitive, rischia invece di subire progressivamente il confronto. Il meccanismo è abbastanza evidente: mentre i giocatori di una squadra accumulano fatica, quelli dell’altra possono essere sostituiti da elementi freschi che mantengono elevata, o addirittura aumentano, la qualità e l’intensità della prestazione. Si determina così un differenziale atletico, tecnico e dinamico che non necessariamente dipende da una cattiva preparazione fisica di chi lo subisce.
E allora mi chiedo: siamo proprio sicuri che quando una squadra manifesta difficoltà dopo il sessantesimo minuto il problema sia sempre la sua tenuta atletica? Non potrebbe essere, almeno in parte, la conseguenza della maggiore profondità dell’organico avversario? Non potrebbe accadere che una squadra, dopo aver disputato sessanta minuti di buon livello, si trovi improvvisamente a fronteggiare avversari freschi, di qualità e capaci di imprimere alla gara un’intensità diversa?
Naturalmente, non voglio sostenere che i problemi atletici non esistano o che non debbano essere analizzati. Sarebbe altrettanto superficiale. Una squadra può avere effettivamente difficoltà di condizione, così come può commettere errori nella gestione delle energie o nell’organizzazione tattica. Ma attribuire automaticamente ogni difficoltà finale a un deficit atletico significa fermarsi alla manifestazione del problema senza indagarne le cause.
Applicando questo ragionamento al Napoli, credo che prima di parlare di una squadra che non riesce a reggere novanta minuti bisognerebbe analizzare attentamente la qualità delle alternative a disposizione e, soprattutto, il confronto tra chi comincia la partita e chi la finisce. Bisognerebbe valutare quanto incidano le sostituzioni degli avversari e quanto, invece, quelle del Napoli riescano a mantenere inalterato il livello della prestazione.
Perché il punto non è soltanto quanto corrono i giocatori dopo un’ora di gioco, ma anche chi si trovano davanti in quel momento.
C’è una differenza sostanziale tra una squadra che cala fisicamente e una squadra che, pur mantenendo una condizione accettabile, perde progressivamente il controllo della partita perché l’avversario ha aumentato il proprio potenziale attraverso i cambi. Sono due situazioni diverse, che richiedono diagnosi e soluzioni altrettanto diverse. A mio avviso, bisogna cominciare a considerare la profondità della rosa come una componente fondamentale della competitività. Non basta avere undici giocatori forti. Occorre disporre di un organico che permetta di mantenere un livello elevato per tutta la partita, anche quando si modificano gli interpreti.
Le cinque sostituzioni hanno reso ancora più evidente che il calcio non si gioca soltanto con chi parte, ma anche con chi entra. E che una panchina di qualità non è più semplicemente una risorsa aggiuntiva: è un fattore strutturale, capace di determinare gli equilibri e spesso il risultato di una partita. Per questo ritengo che il dibattito sulla tenuta atletica del Napoli, se non accompagnato da un’analisi seria di questi elementi, rischi di essere riduttivo.
Il calcio è cambiato, ma non sempre è cambiato il modo in cui lo osserviamo e lo raccontiamo.
E forse è proprio questo il problema: continuiamo a cercare le spiegazioni di oggi attraverso le categorie di ieri, senza renderci conto che le cinque sostituzioni hanno modificato non soltanto il modo di giocare una partita, ma anche il modo di vincerla e di perderla. Poi c’è sempre la via d’uscita: ” a me nun me piace o presepe” ( Allegri e altro)
A cura di Raffaele Di Pasquale
